Petrolio, la partita tra Usa, Africa e BRICS. E l’Europa resta a guardare

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Qualche giorno fa l’Angola ha abbandonato l’OPEC. L’uscita è stata presa male dai mercati che hanno fatto rialzare il prezzo del petrolio. La notizia merita di essere approfondita per quello che non dice, più per quello che dice (il rialzo temporaneo del prezzo ad esempio, era scontato).

Petrolio, la partita tra Usa, Africa e BRICS

La strategia che l’Arabia Saudita sta tenendo all’interno dell’organizzazione dei produttori petroliferi è di una generale riduzione del petrolio estratto (in grande accordo con la Russia che tramite questo aiutino, riesce a bilanciare le sanzioni dal prezzo delle esportazioni energetiche).

Dato interessante: gli USA sono molto meno colpiti dell’UE da questa strategia, dato che ormai sono produttori ed esportatori netti di petrolio e gas.

Altro dato: per un lusofono che va, uno ne arriva, poco tempo fa l’OPEC ha salutato l’ingresso del Brasile, confermando un teorico allineamento tra l’organizzazione e i BRICS (di cui da ieri Iran, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita sono membri).

Dato non piccolo, l’Angola che con la prima presidenza Lula era il primo paese africano a ricevere investimenti nel settore agricolo dal Brasile e che ha fatto un lavoro interno per attirare i capitali cinesi (incluso un dibattito sul socialismo di mercato), in teoria abbandonando il gruppo manda un segnale negativo ai suoi partner del Sud del mondo.

Subentrano fattori locali: l’Angola è paese in ascesa e forse l’affermazione Sud Africa e meno gradita del previsto; non parliamo poi di vivere sotto il cappello di Brasilia.

Su tutto aleggia l’ingresso dei BRICS, la fallimentare Etiopia preferita alla Nigeria e l’Algeria in calendario entro due anni.
Che qualche malessere serpeggi in Africa? Roba di gelosie e geo-strategie.

Intanto, mentre l’Occidente vive il suo delirio liberal-liberista, ieri il fondo saudita per gli investimenti industriali ha raggiunto un accordo con svariati gruppi privati nel paese per creare nuovi distretti industriali, infrastrutture, diversificare la produzione e migliorare l’occupazione in alcune aree: roba di vecchio capitalismo keynesiano (addirittura creare posti di lavoro con investimenti pubblici in accordo con i privati, in Italia ci sarebbe un Renzi di turno su La Repubblica che direbbe qualcosa di illuminante e molto apprezzato dal pubblico, tipo: “Eh ma ti pare giusto che questi lavorano grazie alle tasse mie?”)

Ora il punto angolano è meno rilevante del previsto, a differenza di quel che dicono gli occidentali. Tra gelosie e cali delle quote, il punto nodale è che le riserve petrolifere angolane sono nella regione di Cadinda, enclave settentrionale angolano oltre il delta del Congo e quindi separata dal corpus principale dello Stato.

La regione (più ricca del resto del territorio) già da anni ha moti separatisti e di tagliare la produzione petrolifera per l’OPEC non sarebbe contenta; lo Stato centrale si piega per pragmatismo, altroché sfaldamento del Sud del mondo, semplice pragmatismo.

Ogni evento diventa propaganda, sta a noi farci un’idea completa e il più possibile imparziale dei fatti.

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Gabriele Germani
Gabriele Germani
Roma, 1986. Laureato in Storia contemporanea e Psicologia, con Master in Geopolitica. Lavora nell’ambito pedagogico-educativo. Si occupa da anni dei rapporti tra il Sud e il Nord del mondo, con le lenti del neo-marxismo, della teoria della dipendenza, del sistema-mondo e dell’Eurasia. Con questa prospettiva ha pubblicato negli anni, alcuni libri e articoli di storia e antropologia, in particolare sull’America Latina. Riferimenti bibliografici: Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni di Gabriele Germani (Autore), Anthology Digital Publishing, 2022. Ha inoltre in pubblicazione con Kulturjam Edizioni: una raccolta di riflessioni su BRICS e mondo multipolare, con introduzione di Gianfranco La Grassa e con Mario Pascale Editore un testo sulla politica estera italiana durante la II Repubblica. Cura un micro-blog sul suo profilo Facebook (a nome “Gabriele Germani”) e un Canale Telegram sempre a nome “Gabriele Germani” (t.me/gabgerma). Dirige inoltre il Podcast “La grande imboscata” su attualità, geopolitica e cultura su varie piattaforme.

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