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Ogni volta che si parla di patrimoniale, il dibattito italiano entra in modalità panico. Eppure le proposte riguardano appena lo 0,1% più ricco. Tra disuguaglianze crescenti e salari fermi, il vero tabù non è la tassa: è mettere in discussione i privilegi.
La patrimoniale che terrorizza l’Italia: il tabù fiscale che protegge i milionari
In Italia esiste una parola capace di provocare reazioni più violente di qualsiasi riforma strutturale, più divisiva del salario minimo e persino più esplosiva delle pensioni. Quella parola è “patrimoniale“. Basta pronunciarla in televisione perché economisti liberali, editorialisti, associazioni imprenditoriali e commentatori vari si comportino come se qualcuno avesse appena annunciato l’esproprio generalizzato delle abitazioni.
L’ultima dimostrazione è arrivata nei giorni scorsi durante il dibattito andato in onda a Otto e Mezzo su La7. Il giornalista Riccardo Staglianò, autore del libro “Tassare i milionari”, ha rilanciato una proposta sostenuta da Oxfam: un’imposta dall’1 al 3% sui patrimoni superiori a 5,4 milioni di euro. Secondo i promotori, la misura riguarderebbe circa 50 mila persone, lo 0,1% della popolazione italiana, e potrebbe generare oltre 13 miliardi di euro annui.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Franco Bernabè ha contestato la proposta sostenendo che gran parte della ricchezza degli italiani sarebbe già tassata attraverso imposte sugli immobili e sugli investimenti finanziari. Ha inoltre evocato il rischio di effetti negativi sull’economia e sugli investimenti.
Dall’altra parte, Staglianò ha replicato che esperienze internazionali come quelle di Spagna, Norvegia e Svizzera non avrebbero prodotto la temuta fuga di capitali spesso evocata dagli oppositori. Nello stesso dibattito anche Lucio Caracciolo si è espresso favorevolmente, sostenendo che una misura del genere rappresenterebbe almeno un segnale politico contro l’aumento delle disuguaglianze.
Il paese dove i ricchi sono sempre una specie protetta
La vera domanda, tuttavia, non riguarda l’efficacia tecnica della proposta. Riguarda il motivo per cui qualsiasi discussione sulla tassazione dei grandi patrimoni venga immediatamente trasformata in una questione ideologica.
Da oltre trent’anni il dibattito pubblico italiano è dominato da un curioso dogma: ogni imposta sul lavoro può essere discussa, ogni taglio al welfare può essere considerato inevitabile, ogni sacrificio richiesto ai ceti medi e popolari può essere presentato come necessario. Ma quando si parla di grandi ricchezze il linguaggio cambia improvvisamente. Subentrano parole come “persecuzione fiscale”, “invidia sociale”, “attacco al merito”.
Eppure l’Italia è uno dei paesi europei in cui la concentrazione della ricchezza è cresciuta maggiormente negli ultimi decenni. Parallelamente sono aumentate le difficoltà economiche di ampie fasce della popolazione, mentre salari reali e potere d’acquisto hanno mostrato una stagnazione quasi unica nel panorama occidentale.
L’idea che patrimoni multimilionari possano contribuire in misura leggermente superiore al finanziamento dei servizi pubblici viene trattata come una minaccia alla civiltà occidentale. È un fenomeno curioso. Quando si riducono risorse alla sanità pubblica si parla di responsabilità. Quando si chiede un contributo aggiuntivo a chi possiede decine di milioni si parla di estremismo.
Il paradosso è che storicamente la patrimoniale non è mai stata una misura rivoluzionaria. Economisti liberali, governi conservatori e perfino figure lontanissime dalla tradizione socialista ne hanno sostenuto diverse versioni. Eugenio Scalfari la definì in passato una misura essenzialmente liberale, finalizzata a contenere concentrazioni eccessive di ricchezza e a preservare la coesione sociale.
L’ideologia dell’intoccabilità della ricchezza
Ciò che rende la patrimoniale un tabù non è dunque la sua radicalità. È il fatto che mette in discussione una convinzione ormai radicata: la ricchezza accumulata deve essere considerata intoccabile indipendentemente dalle sue dimensioni.
Negli ultimi decenni la discussione economica è stata progressivamente colonizzata da una narrazione secondo cui qualsiasi limite imposto ai grandi patrimoni rappresenterebbe un ostacolo alla crescita. Il risultato è che misure considerate moderate in numerosi paesi vengono descritte come pericolose derive ideologiche.
Naturalmente una patrimoniale non risolverebbe da sola i problemi strutturali dell’economia italiana. Non eliminerebbe la precarietà, non rilancerebbe automaticamente i salari e non correggerebbe le distorsioni del mercato del lavoro. Tuttavia avrebbe almeno il merito di riaprire una questione che la politica preferisce evitare: chi deve sostenere il costo della convivenza sociale in una società sempre più diseguale?
Forse è proprio questa la ragione del nervosismo che accompagna ogni discussione sul tema. La patrimoniale non spaventa perché sia rivoluzionaria. Spaventa perché rompe una delle poche certezze rimaste all’élite economica italiana: l’idea che la redistribuzione sia sempre una parola pericolosa, purché a redistribuire siano gli altri.

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