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Magyar vince e i media celebrano la “fine di Orbán”. Ma il cambio è più estetico che politico: stessa matrice, nuovi toni. Dietro l’entusiasmo europeo restano nodi irrisolti su guerra, energia e allineamento geopolitico.
Ungheria liberata? No, solo destra con packaging europeo
Le elezioni ungheresi hanno consegnato una vittoria netta a Péter Magyar, con una maggioranza parlamentare ampia e politicamente significativa. I principali media europeisti hanno accolto il risultato con toni trionfali, celebrandolo come una svolta storica e un ritorno dell’Ungheria nel perimetro della “normalità europea”. Tra editoriali entusiastici e analisi dai contorni quasi messianici, la narrazione dominante ha oscillato tra liberazione e restaurazione. Più che una lettura critica, è sembrata una liturgia collettiva: Orbán sconfitto, Europa salva. Fine della storia, almeno per titoli e talk show.
Orban-NonOrban
La questione “Orban” è la classica entropia che mette in difficoltà noi “sinistri” poco allineati e che generà invece nel mainstream le analisi politiche più bislacche e demenziali possibili. È il perfetto cortocircuito mentale perchè quando tutti applaudono o fischiano all’unisono, forse è il momento di preoccuparsi.
Se Donald Trump, Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Marine Le Pen difendono Orbán, qualcosa non torna. Ma se a festeggiare la sua caduta troviamo Ursula von der Leyen, Matteo Renzi, Carlo Calenda, Pina Picierno e il coro mediatico di David Parenzo e dintorni, allora non torna proprio niente.
Sudori freddi, appunto.
Partiamo da un punto chiaro: cos’è che non piace (a noi) di Orban? Le restrizioni su diritti civili, l’accentramento di potere e la libertà di manifestazione, temi seri, non negoziabili. ( Non che nel resto d’Europa ci sia poi questo eden al riguardo, sia chiaro, ma l’Ungheria ne ha fatto una questione anche identitaria, e non ci piace.)
Ma davvero chi oggi esulta lo fa per questo? (Calenda, Gentiloni e Picierno oggi sembrano i re del mondo sui social, altro che Gurdjieff!)
Perché il vero nervo scoperto non è Budapest, ma Kiev. Non è il Pride, ma il gas. Non è la democrazia, ma l’allineamento geopolitico.
La vittoria di Péter Magyar viene venduta come ritorno all’Europa “virtuosa”. Tradotto: meno veti sugli aiuti all’Ucraina, meno attriti con Bruxelles, più disciplina atlantica. Ma attenzione: Magyar non è un alieno progressista. Viene dallo stesso sistema. È destra che sostituisce destra, con un tono più educato e meno ruvido. E soprattutto: la realtà non cambia per decreto.
L’Ungheria resta energeticamente legata alla Russia. Non per ideologia, ma per geografia. Il nodo della minoranza ungherese in Ucraina resta lì. E quei famosi miliardi per Kiev? Qualcuno dovrà pur metterceli davvero, prima o poi.
Nell’Europa – Orban o meno – cresce una febbre ideologica sempre più evidente: nazionalismo, riarmo, retorica identitaria. La Germania come sempre ne è il traino ideologico, ma fingiamo di non vedere questa cosa. E ogni passo verso l’integrazione europea viene venduto come progresso, anche quando somiglia sempre più a un’accelerazione verso il conflitto.
Il dibattito pubblico diventa un riflesso pavloviano – pro o contro, senza pensiero – e allora il problema non è più Orbán ma chi lo analizza.

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