Opposti estremismi americani: l’ascesa di DeSantis e Kennedy jr

Mentre in Europa c’è un’omologazione totale attorno a un keynesismo per miliardari, gli USA sembrano sull’orlo di una nuova guerra civile: temi etnici, tasse, ecologia, covid, genere, armi e politica estera dividono il paese. In questa prospettiva DeSantis e Kennedy Jr quali interessi rappresentano?

L’ascesa di DeSantis e Kennedy jr

Robert F. Kennedy Jr., candidato alternativo a Biden nelle primarie Dem: “Non posso credere che nel governo USA ci sia qualcuno così ignorante da non capire che la causa della guerra in Ucraina è l’imperialismo statunitense. Hanno voluto la guerra come parte del loro piano per distruggere qualsiasi paese che si opponesse all’espansionismo statunitense, come la Russia”.

Riflessioni sparse:
1- Questo discorso non viene fatto da Tizio X su internet, ma da un membro di alto livello della classe dirigente USA.
2- Al di là della guerra: la classe dirigente USA sembra spaccata, in modo più netto di quanto non lo siano le classi dirigenti europee.

Arriviamo da decenni in cui chiunque avesse vinto le elezioni sembrava uguale, al contrario oggi -negli USA– assistiamo all’affermazione di candidati con idee forti.

Tutto questo mentre in Europa, Regno Unito incluso, assistiamo a un’omologazione totale attorno a un keynesismo per miliardari.

Gli USA sembrano sull’orlo di una nuova guerra civile: temi etnici, tasse, ecologia, covid, genere, armi ora anche la politica estera!

Certo, non possiamo dimenticare che la famiglia Clinton intratteneva rapporti, ad esempio, con Trump o che la democratica Hillary si aggirava a chiedere di bombardare Libia e Siria, come un tardivo Dottor Stranamore.

Quello che però ci interessa sono i motivi di questa frattura, almeno propagandata.
DeSantis, l’italoamericano che arriva dalla Florida, sembra più trumpiano di Trump. Su tematiche come genere o armi potrebbe far arrossire Donald (senza considerare l’anagrafe).

Trump arriva da un mandato strano. Ha fatto quello che ci si aspettava da un vecchio repubblicano non imbevuto di ideologia neocon: affari con i russi, rimproverare gli europei per spendere poco in armi, dazi contro i cinesi, offerto un panino a Corea del Nord e Vietnam.

Biden si è dimostrato degno seguace di questo ordine della fenice democratico che vuole purificare il mondo a colpi di dollari e guerre, finché l’atomica non ci separi (forse più che lui, la sua ambigua famiglia, con i loschi affari nell’Ucraina prebellica).
E poi questo Kennedy.

A me i Kennedy con tutta la loro mitologia non sono mai piaciuti. Un’ottima operazione di lavaggio della faccia, dietro quelle belle chiacchiere si manteneva il complesso militare-industriale (ironia della sorta denunciato solo da un repubblicano, Eisenhower). Furono i maggiori rivali di Cuba (Baia dei Porci), avviarono la lenta e inesorabile crescita della presenza militare in Vietnam.

C’è una componente di cabaret in questa spettacolarizzazione. Lenin diceva che le elezioni sono il momento in cui si sceglie il borghese che governerà lo Stato.

Ho sempre pensato che Trump rappresentasse i vecchi capitalisti (le industrie e non a caso era votato dai loro dipendenti) e Biden il capitalismo finanziario (votato dai consumatori delle grandi città). La cosa è più complicata, perché in questa prospettiva DeSantis e Kennedy quali interessi rappresentano?

Probabilmente dietro vi sono delle rappresentazioni simboliche in cui si proiettano delle identità, ma quali?

DeSantis sembra un ottima calamità (errore voluto) per i cattolici e gli ispanici non democratici (arriva dalla Florida), rappresentando un candidato accettabile anche per i trumpiani. Sembra l’uomo della futura America ispanofona e di destra (un caudillo yankee).
Kennedy sembra la risposta della vecchia borghesia WASP.

Certo, i Kennedy erano cattolici, irlandesi, poi avevano quella brutta storia di affari con Hitler, la mafia e il contrabbando di alcolici, ma santo cielo: sono passati 100 anni! In 100 anni, la famiglia si è fatta perdonare (basta fare una serie tv a metà tra realtà e fantasia: distruggere la verità, rendendola pubblica) e proprio queste caratteristiche lo rendono idoneo ai voti ispanici e cattolici.

Gli USA sono un groviglio di interessi.

L’alta conflittualità nella classe dirigente causa discredito (Biden e Trump sono finiti tutti e due nel mirino della giustizia, anche questa parte della classe dirigente).

I ricchi si chiedono come tenere in piedi un modello imperiale che sta andando in crisi e che tiene il compromesso sociale: poco Stato, tante guerre, tanti ninnoli da comprare a due lire, in compenso la ricchezza è divisa in modo inegualmente vergognoso (anche su base etnica).

Tutto questo non tiene più, da qui l’arrocco di tutta la propaganda dalla Marvel, alla Disney, a Hollywood, fino a Netflix, trasformare la realtà in una sorta di Matrix-Nuova Gerusalemme.

Intanto i politici si scannano alle elezioni, un po’ credendoci per paura/interessi e un po’ per audience.

A questo punto, mi aspetto un Teodosio che divida l’Impero su qualche linea di faglia, ad esempio: le due coste sembrano ben lontane idealmente da tutto quello che ci passa in mezzo…

Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni

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Gabriele Germani
Gabriele Germani
Roma, 1986. Laureato in Storia contemporanea e Psicologia, con Master in Geopolitica. Lavora nell’ambito pedagogico-educativo. Si occupa da anni dei rapporti tra il Sud e il Nord del mondo, con le lenti del neo-marxismo, della teoria della dipendenza, del sistema-mondo e dell’Eurasia. Con questa prospettiva ha pubblicato negli anni, alcuni libri e articoli di storia e antropologia, in particolare sull’America Latina. Riferimenti bibliografici: Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni di Gabriele Germani (Autore), Anthology Digital Publishing, 2022. Ha inoltre in pubblicazione con Kulturjam Edizioni: una raccolta di riflessioni su BRICS e mondo multipolare, con introduzione di Gianfranco La Grassa e con Mario Pascale Editore un testo sulla politica estera italiana durante la II Repubblica. Cura un micro-blog sul suo profilo Facebook (a nome “Gabriele Germani”) e un Canale Telegram sempre a nome “Gabriele Germani” (t.me/gabgerma). Dirige inoltre il Podcast “La grande imboscata” su attualità, geopolitica e cultura su varie piattaforme.

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