Quotidiano on-line ®

5 C
Rome
giovedì, Gennaio 15, 2026
Mastodon

Netanyahu punta a Gaza City: un milione di palestinesi verso l’espulsione

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

Israele prepara l’occupazione totale di Gaza City entro ottobre. Il piano di Netanyahu prevede sgombero di un milione di palestinesi, smilitarizzazione e nuova amministrazione civile, tra accuse di genocidio e tensioni tra governo e vertici militari.

Gaza verso l’occupazione totale: Netanyahu accelera, un milione di palestinesi a rischio espulsione entro ottobre

A Gerusalemme, dieci ore di riunione del gabinetto di sicurezza hanno tracciato la nuova linea del governo israeliano: entro il 7 ottobre, Gaza City sarà sotto controllo dell’esercito e gran parte della sua popolazione dovrà abbandonare la città.

Il piano, promosso con forza dal premier Benjamin Netanyahu, si fonda su cinque punti strategici: eliminazione dell’arsenale di Hamas, liberazione di tutti gli ostaggi, smilitarizzazione della Striscia, gestione della sicurezza affidata esclusivamente a Israele e creazione di un’amministrazione civile sostitutiva.

Mentre le forze armate avvertono l’assenza di soluzioni umanitarie per circa un milione di sfollati, l’opinione pubblica interna si divide. L’operazione militare, oltre a rappresentare un drammatico capitolo del conflitto, è anche terreno di scontro politico, con elezioni anticipate ormai considerate probabili.

La partita politica dietro la guerra

La crisi di Gaza non è solo un’operazione militare: è anche una partita di potere all’interno di Israele. Nel giorno stesso in cui il governo discuteva l’occupazione di Gaza City, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich si faceva immortalare in un insediamento illegale in Cisgiordania, accanto a un graffito con scritto “Morte agli arabi”.

Sul fronte militare, il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha definito la conquista della città un possibile “buco nero” difficile da gestire, mentre i familiari degli ostaggi, temendo per la loro sicurezza, hanno manifestato via mare verso le coste di Gaza.

Netanyahu, forte di una popolarità ai massimi lo scorso luglio dopo la breve guerra con l’Iran condotta insieme agli Stati Uniti di Donald Trump, avrebbe potuto chiudere con una tregua e il rilascio degli ostaggi. Invece ha scelto di proseguire, sostenuto dall’ala più radicale del governo, puntando alla completa occupazione della Striscia e a un intervento diretto per liberare i prigionieri.

Generali e politici su strade diverse

L’operazione presenta rischi enormi, come sottolineano gli stessi vertici militari. Zamir ha dichiarato di aver espresso senza filtri al premier le sue perplessità. Le divergenze tra comando politico e apparato militare sono evidenti: da una parte chi prende decisioni in vista delle urne, dall’altra chi dovrà affrontare sul terreno le conseguenze, in termini di vite e stabilità.

Il piano dell’esercito prevede l’accerchiamento di Gaza City e dei campi centrali, isolando le aree di combattimento, accompagnato da attacchi mirati e ingressi progressivi delle truppe, con l’obiettivo di ridurre al minimo l’esposizione a imboscate.

Netanyahu ha dichiarato apertamente di voler evitare il fardello dell’amministrazione diretta della Striscia. In interviste con media statunitensi e indiani, ha parlato della possibilità di trasferire la gestione provvisoria a un “soggetto terzo” in caso di resa di Hamas e restituzione degli ostaggi.

Tuttavia, la retorica sulla distinzione tra “civili innocenti” e miliziani non trova riscontro nella realtà di una campagna militare che, secondo stime internazionali, ha già provocato oltre 61mila morti palestinesi, tra cui migliaia di donne e bambini, aggravata dall’uso della fame come arma.

Un’evacuazione di massa senza precedenti

L’operazione, con l’avallo degli Stati Uniti, prevede lo sgombero forzato di circa un milione di abitanti di Gaza City. Sarà una manovra logistica di vasta portata, che richiederà settimane e la costruzione di strutture temporanee per accogliere sfollati in aree già al collasso, prive di cibo, medicinali e con ospedali prossimi alla chiusura. Per una popolazione che da anni vive sotto assedio, la definizione di “prigione a cielo aperto” sta cedendo il passo a una realtà ancora più cupa.

L’Europa e il silenzio complice

La vicepresidente della Commissione europea, Teresa Ribera, ha dichiarato a Politico che la situazione “somiglia molto a un genocidio”, segnando una rara apertura lessicale da parte di Bruxelles. Finora, l’UE ha evitato di usare termini così netti, preferendo formule più caute. Ma la distanza tra le definizioni ufficiali e la tragedia quotidiana a Gaza è ormai abissale. Per molti osservatori, ciò che resta da dire sul ruolo europeo in questa crisi si riassume in una sola parola: vergogna.

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli