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Netanyahu negli Emirati con Mossad, Shin Bet e Stato Maggiore. Abu Dhabi nega tutto. Il WSJ racconta soldati israeliani, Iron Dome e attacchi congiunti contro l’Iran. Gli Accordi di Abramo erano un patto militare, non di pace.
La visita che non c’è mai stata, con le truppe che ci sono ancora
Netanyahu ha visitato gli Emirati Arabi Uniti. Con lui, il capo del Mossad, il capo dello Shin Bet e il Capo di Stato Maggiore israeliano. Una delegazione che, per composizione, non assomiglia a una visita di cortesia istituzionale ma a un vertice operativo di guerra. Eppure lo sceicco Mohamed bin Zayed al-Nahyan ha dichiarato, con lo sguardo di chi non ricorda dove ha messo le chiavi di casa, di non aver mai incontrato il premier israeliano. Abu Dhabi ha alzato immediatamente una cortina di smentite. Nessuno ha visto nessuno. Nessuno sa nulla.
Il problema è che il Wall Street Journal sa tutto, o quasi. Secondo il quotidiano americano, durante il conflitto con l’Iran Israele ha dispiegato negli Emirati batterie Iron Dome e contingenti di soldati per proteggere il paese dagli attacchi iraniani — attacchi che, secondo i dati riportati dal Journal, hanno colpito gli Emirati con oltre 2.800 missili e droni, un numero superiore a quello impiegato contro qualsiasi altro paese, Israele incluso. Diverse decine di soldati israeliani sarebbero tuttora di stanza in un complesso militare emiratino. L’alleanza formalmente sancita dagli Accordi di Abramo — che già prevedeva normalizzazione diplomatica ed economica tra Tel Aviv e Abu Dhabi — ha compiuto un salto qualitativo che i trattati non contemplavano: è diventata una partnership militare operativa, con truppe, sistemi d’arma e coordinamento di intelligence dispiegati su suolo del Golfo.
L’imbarazzo emiratino è comprensibile nella sua geometria. Gli Accordi di Abramo erano già stati contestati nel mondo arabo come una normalizzazione con uno stato che conduce operazioni militari in Palestina. Rinnegare pubblicamente la visita di Netanyahu — mentre Gaza è sotto assedio e il Libano sotto occupazione — è il minimo sindacale della cosmesi politica. Ma la smentita è quella di chi sa di non essere creduto e lo fa comunque, per decoro formale più che per convinzione.
Emirati, Israele e USA: una guerra a tre che preoccupa i sauditi
Il quadro che emerge dai reportage del Wall Street Journal descrive una struttura tripartita — Stati Uniti, Israele, Emirati — che ha operato in modo coordinato contro l’Iran, con una divisione dei ruoli abbastanza netta. Gli americani e le IDF hanno usato il territorio emiratino come base logistica e testa di ponte per condurre attacchi contro il regime di Teheran. Tra gli obiettivi colpiti dalle operazioni congiunte figurano le isole di Qeshm e Abu Musa nello Stretto di Hormuz, il porto di Bandar Abbas, la raffineria di Lavan e il grande impianto petrolchimico di Asaluyeh — infrastrutture energetiche di primaria importanza strategica per l’economia iraniana.
La risposta iraniana ha seguito la dottrina che Teheran aveva elaborato come deterrente: la guerra di logoramento a bassa intensità, con attacchi sistematici alle infrastrutture dei paesi non formalmente belligeranti. Quando la strategia israeliana della “decapitazione” — eliminazione progressiva dei vertici politici e militari avversari — ha radicalizzato la corrente degli intransigenti a Teheran, l’Iran ha scelto di allargare il conflitto e massimizzare i danni collaterali, puntando esplicitamente a coinvolgere i paesi del Golfo che avevano dichiarato neutralità ma che, nei fatti, neutrali non erano.
L’Arabia Saudita, in questo scenario, occupa una posizione di crescente insofferenza. Riyadh ha protestato formalmente con Washington, lamentando che le operazioni di rappresaglia emiratine stessero aumentando il rischio di attacchi iraniani alle infrastrutture energetiche regionali — con conseguenze dirette sui prezzi del petrolio e sulla stabilità dei mercati globali.
I sauditi avrebbero chiesto agli americani di fare pressione sugli Emirati perché interrompessero le operazioni di rappresaglia e si unissero agli sforzi diplomatici della regione. Una frattura interna al Golfo che rivela come l’idea di un blocco arabo sunnita compatto contro l’Iran sia sempre stata una semplificazione: esistono interessi divergenti, calcoli nazionali distinti e soglie di rischio molto diverse tra Riyadh e Abu Dhabi.
Quello che resta, al fondo di questa architettura segreta, è la conferma di qualcosa che la retorica degli Accordi di Abramo aveva sempre evitato di dire esplicitamente: la normalizzazione tra Israele e gli stati del Golfo non era un progetto di pace regionale, ma un riallineamento strategico in funzione anti-iraniana, gestito con la regia americana e reso possibile dalla comune percezione di Teheran come minaccia prioritaria. La guerra ha semplicemente tolto il velo.
Netanyahu porta con sé il Mossad, gli Emirati ospitano l’Iron Dome, e lo sceicco bin Zayed dichiara di non aver visto nessuno. La diplomazia del Medio Oriente ha sempre avuto questo sapore: accordi reali avvolti in smentite formali, alleanze operative negate per ragioni di immagine. La novità è che ora le truppe sono fisicamente lì, e i missili hanno già volato.

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