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Morando e il PD, Partito unico della democrazia

Il ‘Partito della nazione’ che indusse legioni di ex-comunisti a vedere in Renzi l’incarnazione di Togliatti è un mito archeologico finito in disuso che Morando ha fieramente resuscitato.

Morando e il Partito unico della democrazia

Di Fausto Anderlini*

Dopo Petruccioli, col suo partito della crescita, si deve a Enrico Morando la più chiara esplicazione del riformismo liberale. Null’altro che i postulati alla base del manifesto fondativo del Pd:
-partito maggioritario
-partito del paese e della nazione
-partito programmatico ‘per’ che non ha nemici ‘contro’, dunque può fare a meno di alleati, se non ad esso sottomessi
-partito senza una base sociale preferenziale
-partito delle primarie e della coincidenza fra leader e premier.

Il ‘Partito della nazione‘, l’infelice invenzione reichliniana che indusse legioni di ex-comunisti a vedere in Renzi l’incarnazione di Togliatti. Un mito archeologico finito in disuso ma da Morando fieramente resuscitato.

Però, a pensarci, vera sostanza ideologica primigenia del Pd, senza la quale esso non è, oppure è qualcosa di indefinitivamente altro.

Ripensiamo a questi postulati: un partito abilitato alla governance del sistema come tale, cioè al governo perenne, salvo incidenti nei quali ci si affida ai servigi della tecnocrazia, con la quale peraltro il partito fa tutt’uno, un partito che risolve in sè la dinamica sociale e il rapporto fra gli interessi, tutti legittimi purchè nazionali.

Non altro che un partito-stato, forma suprema del cartel party, con la ‘democrazia’, sans phrase, come unica ideologia. Un Partito unico, una soft dittatura. Che mentre lascia liberi gli individui, anzi li incentiva, a far quel che vogliono, esclude che altri possano mettere le mani nell’ingranaggio del potere governante. Fatti salvi i diritti dell’uomo e la ricerca della felicità, quanto di più antidemocratico si possa immaginare.

Morando è anche il presidente di ‘Libertà uguale’, una associazione nella quale oltre a un tot di ex comunisti miglioristi (Cervetti, Ranieri, Minopoli, Petruccioli) convivono illustri individui come Ceccanti, Salavati e Quartapelle, e che si ispira alla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e al ‘diritto alla ricerca della felicità’ postulato nella costituzione americana (un elisir fra i più potenti che mai siano stati inventati, dopo i pop corn, gli hot dog e il Big Mac di McDonald).

Scopo dell’associazione ‘declinare in senso liberale il proprio vissuto storico’. Cioè la rielaborazione della propria vita politica come un cammino inesausto, fra popperiane prove ed errori, verso il liberalismo compiuto.

Conobbi Morando da vicino all’epoca della corrente migliorista. Un bel tipo zazzeruto fieramente militante con alle spalle una laurea in filosofia e una esperienza di oscuro funzionario del Pci alessandrino. Che avesse dello sprint l’hanno dimostrato i fatti: ben cinque legislature come deputato e senatore, con recupero come viceministro all’economia nei governi Renzi e Gentiloni allorchè è rimasto fuori dal parlamento. Un cursus honorum invidiabile.

Visto dall’alto di Libertà uguale il liberalismo olistico dal quale il Pd prese le mosse fu null’altro che l’incontro fra il partito unico del socialismo reale e il partito stato incarnato dalla democrazia cristiana. Con l’ideologia liberal-liberista come diamat-collante. Il peggio delle due tradizioni.

* Grazie a Fausto Anderlini 

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