Meloni, Mattarella e Crosetto: il trio che trasforma il Consiglio di Difesa in un cabaret della paranoia

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Il comunicato del Consiglio Supremo di Difesa diventa un manifesto paranoico contro minacce russe onnipresenti. Mattarella e Crosetto trascinano Meloni in una russofobia caricaturale, mentre Belpietro tenta di arginare la frattura nella destra. Una tragicommedia istituzionale.

Il nemico è ovunque: la paranoia di Stato che spacca la destra italiana

Il comunicato del Consiglio Supremo di Difesa, firmato da Sergio Mattarella e presentato con la solennità di un editto imperiale, sembra la sceneggiatura di un thriller geopolitico scritto con il generatore automatico delle paranoie istituzionali.

Una sorta di “Dottor Stranamore – versione Quirinale”, in cui i protagonisti si muovono tra allarmi iperbolici e ossessioni tecnologiche, con Guido Crosetto nel ruolo di profeta apocalittico a metà tra un ministro della Difesa e un predicatore televangelico.

Le minacce elencate paiono uscite da un manuale di fantascienza politica: i russi nascosti nei fondali marini, i russi che cavalcano sciami di droni, i russi che manipolano il clima, incendiano boschi, allagano città, e naturalmente correggono elezioni tramite video su TikTok. Sarebbe quasi divertente, se non fosse il comunicato ufficiale della massima autorità difensiva della Repubblica.

Il testo, oltre all’allarmismo compulsivo, è impreziosito da una sfilza di maiuscole usate con la grazia di un correttore di bozze in attacco d’ansia. “Consiglio”, “Ministro”, “Presidenza”, “Alleanza Atlantica”, “Intelligenza Artificiale”: sembra che ogni parola abbia chiesto asilo politico al dizionario, temendo un colpo di Stato grammaticale.

Allarmi ipertrofici e nemici ovunque

La parte più grottesca è però la trama implicita: il deterioramento della fiducia nelle istituzioni europee viene attribuito non a errori politici, ma a un gigantesco, onnipresente complotto guidato dal Cremlino. La linea è chiara: se i cittadini criticano governi e partiti, non è perché hanno governo e partiti sotto gli occhi, ma perché Vladimir Putin ha hackerato le loro sinapsi.

Crosetto, da parte sua, ha colto l’occasione per riproporre la sua teoria dell’“attacco all’ecosistema politico-sociale occidentale”: una formula così ampia da includere qualsiasi disagio, dalla buca nell’asfalto alla coda all’ufficio postale. Il Ministro della Difesa sembra ormai convinto che Mosca abbia un reparto speciale dedicato a disturbare i talk show dell’ora di cena.

Se il comunicato fosse solo un eccesso di zelo istituzionale, si potrebbe liquidarlo con una risata. Ma ha prodotto conseguenze politiche tutt’altro che trascurabili. Giorgia Meloni, reduce dall’imbarazzante vicenda dei “cessi d’oro”, si è ritrovata costretta — per volere dello stesso Mattarella — ad abbracciare una russofobia da manuale NATO, proprio mentre una parte consistente dell’elettorato di destra guarda con sospetto a questa torsione filoatlantica.

Ed è qui che si è materializzato Maurizio Belpietro, puntuale come un metronomo quando c’è da servire un soccorso mediatico alla maggioranza. L’uomo che durante la pandemia ha portato a Meloni settemila chilometri quadrati di dissidenza organizzata, si è esibito in un colpo in punta di fioretto: un attacco calibrato al comunicato presidenziale, in cui denuncia la deriva censoria e la tentazione del governo di restringere ulteriormente gli spazi di informazione indipendente.

Belpietro, con il suo consueto stile da “pifferaio di Hamelin” del dissenso di destra, ha ricordato al governo che i suoi elettori non apprezzano l’idea di trasformare i social network in una dependance del Ministero degli Interni. Non è solo una questione di libertà: è una questione di calcolo politico. I “dissidenti pandemici”, come li chiama lui, sono stati attirati verso Meloni da promesse di rottura che ora sembrano evaporate. Ai “filoputiniani”, fa notare Belpietro, verrà riservato lo stesso trattamento: molto patriottismo retorico, zero risultati concreti.

Il vero problema è che il comunicato del Consiglio Supremo di Difesa sembra scritto non per rassicurare, ma per creare un clima permanente di mobilitazione. Una forma di governance fondata sull’ansia e sull’idea che ogni voce fuori dal coro sia potenzialmente ispirata da potenze straniere. È la logica del sospetto elevata a sistema, in cui la critica politica non è più legittima dialettica, ma un virus importato da Moscovia.

La tragicommedia si chiude con un paradosso: in un Paese stremato da inflazione, salari stagnanti e servizi pubblici che collassano, la classe dirigente ha deciso di concentrare la sua energia intellettuale nel trasformare il dissenso digitale in materia di sicurezza nazionale. Una missione titanica e, per certi versi, comica. Se non fosse reale.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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