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Mario Monti dalle pagine del Corriere difende un’Unione Europea tecnocratica e impotente di fronte all’aggressività di Trump. Tra retorica e finzioni istituzionali, ignora il fallimento politico dell’Ue e la necessità di una risposta democratica reale, non basata su formule svuotate.
La resa diplomatica dell’Unione europea e la retorica dell’“onore”
Il 4 agosto, sulle colonne del Corriere della Sera, Mario Monti ha firmato un editoriale che tenta di analizzare le recenti tensioni tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti, scaturite dall’imposizione di nuovi dazi da parte dell’amministrazione Trump. Il titolo, “L’onore perduto e il riscatto”, già anticipa l’impianto retorico del testo: un’esortazione solenne, arricchita da riferimenti storici a Roosevelt, Churchill e Monnet, che rievoca un’epoca in cui la politica si legittimava attraverso la forza morale.
Ma la sostanza, dietro le citazioni, è ben più problematica. Monti si sofferma in particolare sull’episodio simbolico della trattativa svoltasi nella residenza privata di Donald Trump, trasformata in scenario di un’umiliazione pubblica per Ursula von der Leyen e, con lei, per l’intera istituzione europea.
L’Unione si ritrova trattata non come interlocutore strategico, ma come entità subordinata e priva di peso reale. Un dettaglio tutt’altro che marginale, che rivela la distanza crescente tra la retorica europea e la percezione della sua efficacia sul piano globale.
Governance senz’anima e politica senza popolo
L’ex presidente del Consiglio conclude il suo intervento avanzando una serie di proposte “tecniche” su come Bruxelles dovrebbe reagire all’aggressività di Trump. Tuttavia, ciò che appare evidente è l’adesione convinta a un’idea di Unione Europea plasmata secondo i canoni della governance neoliberale: una costruzione priva di reale partecipazione democratica, fondata sul primato dei mercati e sull’eliminazione sistematica di qualsiasi dialettica politica interna.
In questa visione, la politica si riduce a tecnica, la mediazione democratica è sostituita da automatismi istituzionali, e ogni divergenza ideologica – persino di matrice socialdemocratica – viene esclusa a priori. Monti parla di riscatto, ma lo fa rifiutando qualunque messa in discussione dell’impianto su cui si è costruita l’Europa degli ultimi trent’anni. Non si interroga sulla marginalità crescente dell’Ue nella scena internazionale, né sulla sua complicità in drammi storici come quello di Gaza.
Anzi, invoca il coraggio richiamando Roosevelt, ma manca il bersaglio: il coraggio che serve oggi è quello di ammettere il fallimento di un progetto tecnocratico che ha rinunciato alla politica, alla rappresentanza, alla legittimità popolare.
Trump, il potere e la realtà dei rapporti di forza
Monti ignora un dato centrale: l’efficacia della strategia trumpiana non risiede nei contenuti, ma nella trasparenza del suo metodo. L’ex presidente americano agisce come un attore politico autentico: rappresenta interessi sociali ed economici precisi, li espone apertamente e costruisce la propria forza sull’ostentazione del potere. La sua azione – che può legittimamente essere contestata – non è mai camuffata da neutralità, né ammantata da richiami etici universali.
È questa differenza fondamentale a rendere impotente l’Unione Europea nel confronto. L’Ue si muove in un teatro fittizio, popolato da principi generici, valori astratti e una presunta unità occidentale che esiste solo nei comunicati ufficiali. Di fatto, Bruxelles è ostaggio di una finzione tecnocratica che dissimula il proprio vuoto politico dietro la complessità amministrativa.
Opporsi a Trump è necessario, ma per farlo occorre recuperare una dimensione politica reale: fondata sul conflitto, sulla rappresentanza degli interessi sociali, sul confronto tra modelli. L’Ue di oggi – quella di Monti, della von der Leyen e delle élite neoliberali – non è in grado di farlo. È l’esito di una lunga decadenza che ha trasformato l’integrazione europea in un’operazione al servizio della finanza, incapace di difendere sé stessa, i propri cittadini e i propri ideali.
Per parlare davvero di riscatto, occorre prima riconoscere l’entità del fallimento. Solo da lì può nascere una nuova visione europea, che scelga la democrazia come fondamento, non la paura come rifugio.

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