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Scontri USA-Iran nel Golfo, trattative in stallo. Teheran chiede 300 miliardi e il controllo di Hormuz. Robert Kagan, padre del neoconservatorismo, lo ammette: l’America ha perso. Il mondo post-americano non è un’ipotesi: è già qui.
Il Golfo Persico e la fine del primato americano
Mentre i negoziati mediati dal Pakistan arrancano su un percorso diplomatico già di per sé precario, nel Golfo Persico si sono riaccesi gli scontri a fuoco tra forze statunitensi e iraniane. A complicare ulteriormente il quadro contribuisce l’attivismo militare israeliano in Libano, che agisce come variabile autonoma capace di far saltare qualsiasi architettura negoziale nel momento meno opportuno.
L’emittente nazionale iraniana ha reso pubblica la lista delle condizioni che Teheran avrebbe presentato all’amministrazione Trump come base per un accordo. Il documento è, per usare un eufemismo, ambizioso: cessate il fuoco permanente, ritiro statunitense dalla regione, fine delle ingerenze negli affari interni iraniani, revoca completa delle sanzioni, sblocco dei fondi congelati, indennizzo di 300 miliardi di dollari per la ricostruzione, e controllo iraniano del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz.
Sono condizioni che, lette da Washington, suonano come la resa incondizionata di una superpotenza. Lette da Teheran, sono la traduzione operativa di una convinzione precisa: di avere il coltello dalla parte del manico. La domanda è se questa convinzione sia fondata o sia l’eccesso di chi sopravvaluta una posizione di vantaggio tattico. A rispondere, con una lucidità che in altri contesti sarebbe considerata disfattista, è stato uno degli intellettuali organici dell’interventismo americano.
Kagan e lo scacco matto
Robert Kagan non è un analista neutro né un critico del sistema: è il marito di Victoria Nuland, figura centrale della politica estera americana nei Balcani e in Ucraina, ed è considerato uno dei principali architetti ideologici delle guerre mediorientali statunitensi dell’ultimo quarto di secolo. Quando un neoconservatore di questa levatura scrive che l’Iran ha dichiarato scacco matto agli Stati Uniti, non si tratta di pacifismo né di simpatie per Teheran. Si tratta di qualcuno che conosce dall’interno la macchina e constata, con il pragmatismo dell’analista strategico, che la macchina si è inceppata in modo probabilmente irreversibile.
La sua analisi merita di essere riportata nel dettaglio, perché è rara nella sua franchezza. A differenza dei precedenti rovesci americani — Vietnam, Iraq, Afghanistan, tutti archiviati come anomalie recuperabili — Kagan sostiene che la sconfitta nell’attuale confronto con l’Iran abbia una natura strutturalmente diversa. Non potrà essere riparata né ignorata, non esiste uno status quo ante a cui tornare, e lo Stretto di Hormuz non tornerà ad essere quello che era: un corridoio energetico sotto controllo implicito americano. Grazie al controllo di quella strozzatura geografica, l’Iran emerge come attore di primo piano non solo regionale ma globale, rafforzando contestualmente il ruolo di Cina e Russia come sue alleate e riducendo drasticamente quello degli Stati Uniti. Il conflitto, conclude Kagan, non ha dimostrato la superiorità americana come i suoi sostenitori promettevano: ha rivelato un’America inaffidabile e incapace di portare a termine ciò che inizia.
Il giudizio finale è lapidario: poche settimane di guerra contro una potenza di secondo rango hanno ridotto le scorte di armi americane a livelli pericolosamente bassi, senza soluzione rapida in vista. L’adattamento globale a un mondo post-americano sta accelerando. La posizione dominante nel Golfo è, nelle sue parole, solo la prima di molte vittime.
È utile soffermarsi sull’ironia storica di questa situazione. Per decenni, l’analisi critica della politica estera americana — quella che descriveva l’unipolarismo come un progetto destinato a esaurirsi, che segnalava i limiti strutturali della proiezione di forza militare come strumento di ordine geopolitico — veniva liquidata come antiamericanismo, ingenuità o propaganda. Oggi la stessa analisi viene formulata, con maggiore precisione tecnica e senza nessuna simpatia ideologica per i suoi avversari, da chi quella politica estera l’ha progettata e sostenuta. Non è una conversione: è la constatazione di un fallimento che non si può più nascondere dietro l’ottimismo di servizio.
Resta aperta la questione di cosa succeda adesso. Le condizioni iraniane sono massimaliste per definizione — sono una posizione di apertura negoziale, non un ultimatum finale — ma il semplice fatto che vengano poste in questi termini dice qualcosa sullo stato reale dei rapporti di forza. Un paese che teme la sconfitta non chiede 300 miliardi di indennizzo e il controllo di Hormuz. Lo chiede chi ritiene di poterlo ottenere, o almeno di poterne ottenere una parte significativa. Mentre i diplomatici pakistani cercano di tenere aperto uno spiraglio, nel Golfo si spara ancora. Il mondo post-americano non è un’ipotesi da manuale di geopolitica: è il presente.

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