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Missione fallita per Piantedosi: respinto a Bengasi con l’accusa di violare la sovranità libica. La Cirenaica di Haftar umilia l’Italia e l’Ue, che restano senza credibilità nel Mediterraneo. Intese sui migranti affondate, diplomazia a picco.
La Libia umilia l’Italia: Piantedosi cacciato da Bengasi
È stato un affronto diplomatico senza precedenti. Il ministro dell’Interno italiano, Matteo Piantedosi, insieme a una delegazione europea guidata dal Commissario Ue per le migrazioni Magnus Brunner, è stato dichiarato “persona non gradita” all’arrivo a Bengasi, in Cirenaica. Respinto senza appello, costretto a ripartire prima ancora di mettere piede fuori dall’aeroporto. Un’umiliazione che segna il fallimento della strategia italiana sulla Libia, proprio quando si cercava di rafforzare i rapporti per arginare i flussi migratori estivi.
L’obiettivo era chiaro: ottenere nuove garanzie per contenere le partenze di migranti, sfruttando l’interlocuzione con il governo parallelo della Cirenaica, guidato da Osama Hamad e controllato militarmente dal generale Khalifa Haftar. Ma la risposta libica è stata brutale: rifiuto dell’intera delegazione, con l’accusa formale di «violazione delle norme sull’ingresso diplomatico» e, sullo sfondo, una chiara volontà di affermare la propria sovranità contro un’Europa giudicata arrogante e ininfluente.
Non si è trattato solo di una questione procedurale. Solo poche settimane fa, lo stesso Piantedosi aveva ricevuto a Roma Saddam Haftar, figlio del potente generale, per discutere proprio di cooperazione migratoria. Ma la visita non ha sortito l’effetto sperato: l’espulsione del ministro dimostra che i libici, o almeno la fazione orientale, non intendono sottostare a diktat o richieste unilaterali, nemmeno da parte dell’Italia, partner economico di primo piano.
Il messaggio politico è forte. Haftar vuole essere riconosciuto come attore imprescindibile, anche a costo di spingersi verso Mosca e Ankara. La Cirenaica si sta infatti trasformando in un crocevia geopolitico, dove la Russia ha rafforzato la propria presenza militare e la Turchia, un tempo nemica di Haftar, ora coopera fornendo droni e addestramento militare. Il figlio del generale è volato ad Ankara, un altro a Washington: segni evidenti di una strategia diplomatica più solida e strutturata di quella europea.
Nel frattempo, l’Italia si ritrova intrappolata nel suo stesso cinismo politico. Da anni, il “modello libico” è sostenuto attraverso fondi e accordi con milizie locali in cambio della repressione dei flussi migratori. Amnesty International lo ha definito un «fallimento morale» che configura «complicità in gravi violazioni dei diritti umani». Il caso del generale Almasry, rimpatriato da Roma nonostante le accuse di torture e abusi, dimostra quanto sia fragile e compromettente l’intera architettura dei rapporti con Tripoli e Bengasi.
La Libia, oggi, non è uno Stato unitario con cui dialogare: è una costellazione di poteri armati, alleanze mobili e interessi esterni in competizione. E mentre l’Italia continua a inseguire accordi a breve termine per contenere l’opinione pubblica interna, viene respinta con disprezzo da chi sul campo esercita davvero il controllo.
L’episodio di Bengasi non è solo una sconfitta diplomatica, è il sintomo di un vuoto strategico profondo. L’Italia — e con essa l’Europa — ha perso credibilità nel Mediterraneo. Invece di esportare stabilità, subisce schiaffi pubblici. E quando la tua politica migratoria si fonda su milizie e compromessi, prima o poi arriva il conto. Haftar lo ha presentato.

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