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Maurizio Landini rispolvera la faccia feroce e parla di “rivolta sociale”. Saremmo anche d’accordo, se non fosse che desta qualche sospetto il fatto che abbia aspettato la vittoria di Trump per evocare quella rivolta che era sparita dalla sua agenda da quando è segretario della CGIL, che ha sostanzialmente sostenuto l’agenda Draghi e taciuto sul governo Meloni.
Landini e la “rivolta sociale” ad orologeria
Donald Trump è diventato il nuovo presidente degli Stati Uniti, e c’è già chi pensa di sfruttare questa ondata di rabbia apparentemente anti-establishment per ottenere consenso, per ritagliarsi uno spazio politico, tentando di riempire quel grande vuoto alla sinistra nel\del PD.
E la CGIL appare sempre più come uno strumento funzionale a questo scopo, quasi una stampella per il partito della Schlein, che su temi cruciali come guerra, lavoro e diritti è appiattita sulle posizioni dei democratici americani di Kamala Harris. Che a loro volta sono accusati in patria di essere una versione colorata e light dei repubblicani: un grande partito unico sdoppiato.
L’elezione del Tycoon americano tuttavia suscita timore in Europa, specialmente in Germania, che potrebbe essere messa in difficoltà economica dai dazi che il presidente di ritorno ha in mente.
Il vecchio continente rischia di essere colpita dalla recessione, mentre l’austerità finirebbe per arricchire l’economia statunitense grazie agli ingenti acquisti di armi e mezzi militari. L’Italia, verrebbe trascinata in un accerchiamento economico senza precedenti; una vera e propria “economia di guerra” che gli Stati Uniti sono pronti a portare avanti, anche a nostro discapito.
“Serve una rivolta sociale”, ha dichiarato il segretario generale della CGIL dopo la firma del contratto separato per il pubblico impiego. E potremmo anche essere d’accordo, se non fosse che desta qualche sospetto il fatto che abbia aspettato col cronometro in mano la vittoria di Trump per evocare quella rivolta sociale che era sparita dalla sua agenda da quando è al vertice della più grande organizzazione sindacale in Italia.
Landini rispolvera la sua “faccia feroce” e richiama alla lotta, quasi collegando così l’avvento di Trump a uno sciopero che formalmente riguarda le problematiche italiane.
Questa scelta però è l’ennesima dimostrazione di subalternità, un’indiretta ammissione che perfino le rivendicazioni sindacali italiane debbano guardare agli Stati Uniti per avere una direzione. È come se, in una simbolica geometria delle forze, Roma guardasse a Washington come la vera capitale, relegando in secondo piano le decisioni prese in patria.
Landini non ha manifestato il medesimo livello di protesta né all’insediamento del governo Meloni in Italia, né durante la recente gestione di Mario Draghi. L’apparente “silenzio” di Landini durante il governo Meloni, in particolare, appare contraddittorio se paragonato alla sua enfasi di fronte alla vittoria di Trump, come se le minacce alla classe lavoratrice provenissero in via prioritaria da oltreoceano.
Il “richiamo alla lotta” – completamente decontestualizzato – quando la CGIL da tempo su riforme del welfare sempre più lacrime e sangue da parte dei governi che si stanno succedendo alla guida del paese, risponde con “3 ore di sciopero” o con le manifestazioni fatte di sabato (!) perde qualsiasi credibilità apparendo semplicemente come una scelta coreografica per mostrare un’opposizione “contro il capitalismo” mantenendo vivo il ruolo di un “nemico” nel panorama globale, che fa sempre comodo piuttosto che affrontare le cause che hanno contribuito all’impoverimento della classe lavoratrice e alla delocalizzazione delle aziende italiane.

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