L’accordo USA-Iran esiste. Per quanto?

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Trump annuncia l’accordo con l’Iran: Hormuz riapre, nucleare congelato per 60 giorni. Ma Khamenei non ha firmato, Netanyahu è sorpreso, e le versioni su Hormuz divergono. La fumata è grigia, non bianca.

L’accordo USA-Iran: fumata grigia tra Hormuz e il nucleare

Donald Trump annuncia in serata di aver cancellato i raid previsti contro l’Iran e dichiara che la firma di un accordo è imminente — “forse nel fine settimana in Europa”. Le Borse credono a Trump, che sostiene di aver ottenuto “tutto quello che volevamo”, con Teheran che avrebbe accettato di “non dotarsi mai di armi nucleari”. Sui mercati l’ottimismo si trasforma immediatamente in rimbalzo dei futures energetici. Nella realtà diplomatica, le cose sono come sempre più complesse.

Il memorandum d’intesa, rivelato da Axios sulla base di fonti diplomatiche, prevede la riapertura immediata e senza pedaggi dello Stretto di Hormuz, un cessate il fuoco esteso per 60 giorni — valido anche in Libano — e un quadro negoziale per affrontare la questione delle scorte di uranio arricchito iraniano. L’Iran si impegnerebbe a non acquisire mai un’arma nucleare, mentre le prime questioni da negoziare durante i sessanta giorni riguarderanno lo smaltimento dell’uranio altamente arricchito e le strategie per affrontare il problema dell’arricchimento. Sul versante delle concessioni a Teheran, la bozza prevede la revoca delle sanzioni petrolifere, lo sblocco dei fondi iraniani congelati e l’impegno americano a ritirare le forze dalle aree circostanti l’Iran.

Il prezzo domestico della guerra sbagliata

Per capire perché Trump ha accelerato verso questo accordo, bisogna guardare non a Teheran ma a Washington — e più precisamente ai supermercati americani. La strategia di logoramento iraniana, costruita attorno al blocco di Hormuz, ha prodotto effetti che i servizi di intelligence della Casa Bianca non avevano previsto, o avevano sottovalutato sistematicamente. L’idea era che il regime, strangolato dalle sanzioni e dall’isolamento energetico, cedesse prima che le ricadute economiche diventassero politicamente insostenibili sul fronte interno americano. Non è andata così.

L’inflazione americana ha raggiunto il 4,2% su base annua a maggio — il livello più alto degli ultimi tre anni — con l’indice energetico che ha rappresentato oltre il 60% dell’aumento dei prezzi al consumo rispetto al mese precedente. L’indice all’ingrosso ha toccato il 6,5%, massimo degli ultimi quattro anni: un dato che si trasferirà sui banchi dei supermercati nei prossimi mesi con la puntualità di un orologio svizzero. La lattuga è aumentata del 16% in un mese, del 24% rispetto a un anno fa. I carburanti hanno trascinato verso l’alto i costi di trasporto refrigerato. Un hamburger con le patatine che diventa improvvisamente più caro, negli Stati Uniti, vale politicamente più di qualsiasi vittoria militare annunciata in conferenza stampa.

I sondaggi RealClearPolitics registravano i Democratici in vantaggio di sei punti nel “voto congressuale generico” — una voragine difficilmente colmabile prima delle elezioni di medio termine autunnali. Trump ha bisogno di un accordo che sembri una vittoria perché non può permettersi che la guerra con l’Iran diventi il principale argomento della campagna elettorale democratica. La Banca Centrale Europea ha già alzato i tassi in risposta all’inflazione importata dal conflitto. La Banca Mondiale ha rivisto al ribasso le stime di crescita globale al ritmo più basso dalla pandemia. La “tempesta perfetta” — guerra, dazi, siccità — ha un costo che nessuna retorica nazionalista riesce a coprire indefinitamente.

Perché l’accordo potrebbe saltare ancora

La storia recente di questa crisi insegna che ogni avvicinamento diplomatico è stato seguito da un’escalation militare, e ogni escalation da un nuovo tentativo negoziale. Il pattern si è ripetuto con una regolarità che non incoraggia l’ottimismo. Ci sono almeno tre elementi strutturali che rendono fragile l’intesa attuale.

Il primo è la questione della sovranità su Hormuz. Le agenzie iraniane Fars e Tasnim, entrambe legate ai Pasdaran, hanno sottolineato che lo Stretto continuerà a essere sotto la gestione dell’Iran, con modalità diverse da quelle prebelliche. Washington sostiene il contrario. Su questo punto le versioni divergono in modo irriconciliabile, e le divergenze su Hormuz hanno già fatto saltare almeno due bozze precedenti.

Il secondo elemento è il nucleare. L’accordo è stato approvato ad alti livelli della leadership iraniana, ma probabilmente non ancora dalla guida suprema Mojtaba Khamenei. Senza il sigillo di Khamenei, qualsiasi intesa resta tecnicamente provvisoria e reversibile in qualsiasi momento.

Il terzo è Netanyahu. Il premier israeliano si è detto sorpreso dall’annuncio di Trump — una formulazione diplomatica che nella traduzione operativa significa che non era stato consultato e che non è necessariamente allineato. Israele ha già dimostrato in questa crisi la capacità e la volontà di agire unilateralmente quando ritiene che i propri interessi non siano adeguatamente tutelati dai negoziati americani. Un attacco israeliano non concordato — su siti nucleari, su infrastrutture militari — sarebbe sufficiente a far collassare qualsiasi memorandum nel giro di ore.  L’accordo esiste, forse. Reggerà, vedremo.

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