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Israele, incapace di piegare la resistenza palestinese, ha puntato al genocidio. Gaza non vive una tregua, ma un massacro che riflette la crisi dell’ordine occidentale: repressione, controllo, menzogna. L’Occidente nichilista trascina il mondo verso un abisso.
La tregua che non era una tregua
Dopo oltre sessant’anni di tentativi di annessione coloniale, Israele ha compreso di non poter piegare la resistenza palestinese. Per questo ha scelto di passare alla fase successiva del suo progetto: il genocidio compiuto.
L’obiettivo è chiaro: cancellare la resistenza eliminando chi la incarna. In altre parole, distruggere un popolo intero.
Dietro questa escalation non c’è soltanto una questione militare, ma un disegno geopolitico di lungo periodo, legato al controllo di uno snodo strategico tra Est e Ovest, a ridosso dello Stretto di Suez. A Tel Aviv, come a Washington, la volontà di “chiudere la partita” con la Palestina resta intatta.
Le diplomazie occidentali si limitano a gesti di facciata, mentre sul terreno continua una guerra di annientamento.
Quella in corso non è una tregua per i gazawi, che sopravvivono a pochi chilometri da un’entità coloniale e occupante. E non è una tregua neppure per noi.
L’ordine imperialista, messo in discussione dall’emergere del Sud globale, reagisce come sa fare: con la violenza, la repressione, la menzogna e il controllo.
Nel Regno Unito, solo nel corso dell’ultimo anno, si contano oltre 12.000 fermi per post e commenti online — un record mondiale. Negli Stati Uniti, il presidente invita apertamente l’esercito a “proteggere l’ordine interno”, evocando scenari inquietanti. In Europa, intanto, si moltiplicano le misure restrittive e le limitazioni alla libertà di parola.
Non è dunque il fantasma del terrorismo o dello “spauracchio autoritario” a doverci intimorire, ma il progressivo consolidarsi di un mondo artificiale, levigato, completamente controllato, in cui i cittadini vengono ridotti a strumenti di un potere impersonale e tecnocratico.
Lo spirito nichilista dell’Occidente — quello stesso impulso che seicento anni fa spinse alla conquista dei mari e dei popoli — ha raggiunto oggi il suo apice. Da qui può solo proseguire verso due direzioni: distruggere tutto, divorando se stesso, oppure affrontare una sconfitta storica, profonda, da cui nessuno uscirà indenne.
Occorre farsi trovare pronti di fronte a questa nuova sfida, che non è soltanto politica o geopolitica, ma anche spirituale, quasi metafisica.
Perché, che lo vogliamo o no, siamo tutti in pericolo.

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