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La sinistra europea e la realtà: perché continua a perdere consensi?

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La sinistra europea ha una visione distorta della società e non rappresenta più le fasce lavoratrici, ma solo le élite e una retorica di facciata sui poveri. Il problema è ignorare la fascia 1.200-3.000 euro, centrale per la stabilità sociale. Senza una rivoluzione culturale, la destra continuerà a vincere.

La sinistra europea e la realtà

Uno dei problemi principali della sinistra europea è la sua incapacità di cogliere la realtà sociale. Oggi, le società europee si dividono in fasce economiche ben definite, ignorate dai progressisti, che possiamo schematicamente riassumere parlando chiaramente di redditi mensili (familiari):

  • Povertà assoluta: esiste un welfare minimo e una fiscalità non troppo pesante.
  • Fascia 1.200-2.000 euro: ufficialmente non poveri, ma di fatto privi di welfare e con un fisco oppressivo.
  • Fascia 2.000-3.000 euro: una vita dignitosa ma precaria, senza possibilità di risparmio o investimenti.
  • Fascia 3.000-4.000 euro: il vecchio ceto medio, oggi fragile e in erosione.

L’unica ragione per cui queste categorie riescono ancora a sopravvivere è il patrimonio accumulato dalle generazioni precedenti.

Incapacità di rappresentanza

La sinistra europea si ostina a difendere categorie marginali o idealizzate, come il marxiano lumpenproletariat, mentre ignora completamente le classi lavoratrici. L’elettore medio percepisce la sinistra come il partito delle banche, delle alte burocrazie e di una retorica che protegge solo una piccola minoranza. Non è solo un’impressione: è la realtà.

E su cosa sono compatte le sinistre ‘liberal’ europee di oggi? Sull’economia di guerra.

Ci dicono che l’Europa deve riarmarsi per difendersi dai “cosacchi alle porte”. Una narrazione ricorrente: da secoli, un continente sovraffollato e povero di risorse proietta il proprio desiderio di espansione e le sue pulsioni belliche su un’area vastissima, ricca di risorse, che strutturalmente non avrebbe né l’interesse né la necessità di espandersi ulteriormente. È una storia che le nostre élite ripetono con costanza.

Di conseguenza, dovremmo acquistare armi per 800 miliardi di euro, indebitandoci e sottraendo fondi a istruzione, sanità, cultura e ricerca (ma non alla polizia, naturalmente).

Se è chiaro chi pagherà – noi – è altrettanto evidente chi incasserà: i produttori di armi, ovvero per almeno il 70% l’industria militare statunitense. Questo significa che, nei prossimi cinque anni, oltre 100 miliardi di euro all’anno finiranno negli Stati Uniti.

Per dare un’idea del peso di questa cifra, basta guardare i dati commerciali: nel 2023 l’UE ha esportato beni per 503 miliardi e servizi per 318, mentre ha importato beni per 347 miliardi e servizi per 427, registrando un deficit commerciale con gli USA di circa 150 miliardi. I principali beni importati dall’UE dagli Stati Uniti sono petrolio, gas naturale e farmaci; tra le esportazioni europee, invece, spiccano medicinali e automobili.

In questo contesto, l’acquisto di armamenti per 100 miliardi di euro l’anno finirebbe per riequilibrare il commercio tra USA e UE, trasformando la corsa al riarmo in un gigantesco meccanismo di compensazione economica.

Siamo distanti anni luce da quello che una sinistra popolare dovrebbe rappresentare, lasciando stare il discorso ovvio della pace, e restando nel campo economico.

Per riconquistare il consenso popolare, la sinistra deve ricostruire un blocco sociale basato su alcune riforme fondamentali per costruire il suo blocco di riferimento:

  1. Salari più alti ed equi
  2. Un fisco realmente progressivo (oggi esistono solo due aliquote reali, creando di fatto una flat tax mascherata)
  3. Welfare universale per reddito e casa
  4. Riduzione dell’orario di lavoro

Queste politiche non sono solo misure economiche, ma strumenti per creare un’identità politica chiara e credibile. Ma per realizzare questo cambiamento, la sinistra deve cambiare radicalmente il proprio linguaggio e il proprio atteggiamento, evitando di correre dietro ad agente dettate dalla destra. La battaglia sul “Manifesto di Ventotene” è stata paradigmatica, negativamente, in questo senso: un confronto artificiale tra forze politiche prive di identità e di una reale cultura, costrette a esibire o contestare simboli per simulare un pensiero e costruire un profilo politico che, nella realtà, non possiedono.

Senza questa trasformazione, la destra continuerà a vincere, non solo nelle urne, ma nelle case, nelle fabbriche e nei territori. La battaglia politica si gioca molto prima delle campagne elettorali.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (RockShock Edizioni)

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