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Le proteste in Iran nascono da condizioni materiali e da una lunga storia di repressione e assedio economico. Ridurle a una scelta morale o a un cambio di regime ignora rapporti di forza, ingerenze esterne e l’assenza di una direzione autonoma di classe, trasformando la complessità in propaganda.
Iran: quando la complessità viene liquidata e la politica diventa un riflesso morale
Ogni volta che la questione iraniana torna a occupare il dibattito pubblico europeo, ciò che si impone all’attenzione non è tanto la distanza tra le posizioni espresse quanto una difficoltà più profonda e condivisa nel sostare dentro la complessità senza avvertire la necessità di ridurla a una scelta obbligata, come se la trama dei processi storici, sociali e materiali che attraversano quella realtà dovesse essere ricondotta a un’alternativa immediatamente leggibile, capace di offrire orientamento e rassicurazione e dove anche letture che si presentano come lontane finiscono spesso per convergere attorno a un punto implicito, nel quale la storia smette di apparire come un campo di forze stratificate e assume la forma di un bivio, entro cui l’adesione tende a precedere il lavoro della comprensione, orientando lo sguardo prima ancora che l’analisi possa dispiegarsi.
Le proteste in Iran si inscrivono in una frattura materiale che si impone per evidenza propria e che attraversa in profondità le condizioni dell’esistenza. La svalutazione del rial, l’aumento dei prezzi, l’erosione progressiva dei salari e la precarizzazione della vita quotidiana incidono direttamente sulla possibilità stessa della riproduzione sociale e delineano il terreno su cui le mobilitazioni prendono forma come risposta a un indebolimento strutturale del lavoro nella sua funzione di garanzia della continuità dell’esistenza.
La tensione che ne deriva prende corpo a partire da questo livello elementare, prima di assumere una configurazione politica compiuta, lasciando ogni tentativo di analisi ancorato a uno sfondo che accompagna la questione in modo persistente.
Questa crisi prende forma all’interno di uno spazio politico già segnato da una storia specifica, nella quale la continuità organizzativa della classe è stata progressivamente spezzata attraverso processi repressivi ed escludenti che hanno colpito in modo sistematico le organizzazioni comuniste e socialiste che, in altri cicli storici, avevano fornito linguaggio, forme e direzione alla mobilitazione sociale.
Dopo la rivoluzione del 1979, formazioni come il Partito Tudeh, storica organizzazione comunista iraniana, furono inizialmente tollerate in funzione tattica e successivamente marginalizzate, quindi dichiarate illegali, con arresti di massa, torture, esecuzioni e l’eliminazione fisica o l’esilio forzato del gruppo dirigente.
Analoga sorte colpì i Fedayin del Popolo, in particolare le componenti marxiste-leniniste, così come settori della sinistra radicale e altre formazioni socialiste che avevano partecipato al rovesciamento dello Scià senza poter incidere sulla nuova architettura del potere. Questo processo repressivo non si esaurì nei primi anni della Repubblica Islamica, ma si protrasse nel tempo, impedendo la ricostruzione di una continuità organizzativa autonoma della classe e producendo una lunga sconfitta che ha inciso profondamente sulle modalità di espressione della tensione sociale.
Da questa frattura emerge una discontinuità strutturale, dentro la quale la classe continua a esistere come forza sociale diffusa, pur restando priva di strumenti autonomi di rappresentazione capaci di tradurre quella forza in un progetto politico coerente.
A questa discontinuità non corrisponde tuttavia un vuoto totale di elaborazione autonoma. Una traccia significativa di continuità è rintracciabile nelle posizioni assunte, ancora oggi, dal Partito Tudeh dell’Iran, che, pur operando in condizioni di illegalità e di esilio forzato, continua a leggere le mobilitazioni popolari a partire dalle loro determinazioni materiali. In questa lettura, le proteste vengono riconosciute come espressione legittima di un deterioramento profondo delle condizioni di vita, prodotto dall’impoverimento, dalla crisi del sostentamento e dall’erosione della riproduzione sociale, senza essere ridotte a pura esternalità o a detonazione priva di radicamento.
Allo stesso tempo, questa analisi si accompagna a una condanna netta e priva di ambiguità di ogni tentativo di intervento esterno, in particolare da parte dell’imperialismo statunitense e dello Stato israeliano, il cui interesse si colloca nella ridefinizione dei rapporti di forza regionali e nel controllo strategico di un nodo centrale del Medio Oriente, più che in un processo di emancipazione reale del popolo iraniano.
In questa prospettiva, la questione dell’ingerenza entra nell’analisi come elemento che rende leggibile la vulnerabilità strutturale della mobilitazione, soprattutto laddove manca una direzione autonoma di classe, senza che ciò comporti una messa in discussione della sua origine materiale e sociale.
La storia iraniana del secondo Novecento, dal colpo di Stato del 1953 orchestrato da Stati Uniti e Regno Unito contro il governo di Mossadeq fino alle più recenti politiche di sanzioni, isolamento finanziario e guerra economica, viene richiamata come dimostrazione del carattere sistematico delle strategie di “cambio di regime”, che hanno sempre risposto a interessi imperiali e non hanno mai prodotto emancipazione duratura.
Da qui l’insistenza sulla necessità di un percorso che non si esaurisca nella difesa dell’assetto esistente né nell’illusione di una liberazione eterodiretta, ma che individui nell’unità delle forze popolari, democratiche e progressiste il solo terreno sul quale possa prendere forma una trasformazione reale.
Il movimento che emerge in questo contesto si sviluppa senza egemonia, seguendo traiettorie frammentate e non lineari che rendono visibile una fragilità strutturale legata all’assenza di una direzione condivisa. La mobilitazione tende così a presentarsi come uno spazio aperto ed esposto, attraversato da forze diverse e da proiezioni contrastanti, una condizione che diventa pienamente intelligibile solo se ricondotta al quadro più ampio entro cui lo Stato iraniano si è trovato a operare nel corso degli ultimi decenni.
L’Iran occupa infatti da tempo una posizione centrale negli equilibri globali, presentandosi come nodo energetico, regionale, finanziario e militare attorno al quale si esercita una pressione costante che, ben prima delle mobilitazioni attuali, ha assunto la forma di una guerra economica prolungata, fatta di sanzioni, isolamento dai circuiti finanziari dominanti, congelamento degli asset, restrizioni tecnologiche e minaccia permanente.
Questa pressione ha inciso profondamente sulla struttura economica e sociale del paese, producendo distorsioni durature, rafforzando apparati di controllo e favorendo economie di rendita e circuiti opachi, con un costo che si è riversato in modo sproporzionato sulle classi subalterne.
Dentro questo quadro, lo Stato iraniano si è configurato come una forma di potere chiamata a governare una società sottoposta a un assedio esterno continuo, sviluppando dispositivi ideologici e coercitivi che hanno svolto una funzione di stabilizzazione interna.
Ciò non dissolve le responsabilità politiche nella repressione del dissenso, nel controllo dei corpi e nella limitazione delle libertà, responsabilità pienamente inscritte nella natura capitalistica e autoritaria di quell’assetto, e invita a leggerle come parte di una traiettoria storica modellata da condizioni materiali e geopolitiche specifiche, nelle quali la gestione dell’emergenza si è progressivamente tradotta in forma ordinaria di governo.
Tenere insieme questi livelli consente di sottrarsi a una lettura moralistica che isola la repressione dal contesto, così come a una lettura difensiva che trasforma l’assedio imperialista in giustificazione permanente dell’ordine esistente. In questa prospettiva, il ruolo dell’imperialismo statunitense emerge come elemento strutturante dell’intera vicenda, presente come fattore che ha contribuito in modo attivo alla produzione delle condizioni materiali della crisi attraverso sanzioni, destabilizzazione regionale, pressione finanziaria e tentativi sistematici di isolamento, facendo dell’Iran uno dei laboratori più evidenti della guerra economica come strumento ordinario di dominio.
A questo dispositivo si intreccia il ruolo di Israele, la cui postura nei confronti dell’Iran risponde a una strategia di lungo periodo volta a esercitare una pressione costante su un antagonista regionale centrale. In questa prospettiva, la comparsa di bandiere israeliane in alcune manifestazioni assume il valore di un segnale politico esplicito, una rivendicazione simbolica attraverso la quale Israele indica la propria pretesa di intervenire sul destino iraniano e di inscriverlo entro un orizzonte di ridefinizione controllata.
Questi simboli funzionano come una forma di “copyright” geopolitico, che delimita preventivamente il campo del possibile e suggerisce quali cambiamenti risultino legittimi e quali no, rendendo visibile come, in assenza di una direzione autonoma di classe, l’immaginario del cambiamento tenda a essere occupato da attori esterni capaci di imporre i propri segni, le proprie attese e le proprie linee rosse.
Attorno a questa pressione si dispiega un campo più ampio di interessi, nel quale un possibile cambiamento politico in Iran assume significati differenti per attori differenti: per gli Stati Uniti come occasione di riassorbimento nell’orbita del dollaro e delle infrastrutture finanziarie occidentali; per Israele come indebolimento di un antagonista regionale strategico; per l’Unione Europea come apertura controllata di mercati e risorse; per le monarchie del Golfo come riduzione di un competitore geopolitico; per la Turchia come ampliamento dei margini di manovra regionale; per Russia e Cina come possibilità di rafforzare relazioni asimmetriche all’interno di una competizione globale più ampia. Da questo intreccio prende forma una convergenza parziale e disomogenea, attraversata da contraddizioni, nella quale il tema del cambiamento politico in Iran si presenta come campo di possibilità inscritto nei rapporti di forza.
È in questo stesso quadro che va affrontata la questione delle donne iraniane, troppo spesso ridotta nello spazio pubblico occidentale a un repertorio di immagini stereotipate, funzionali a una narrazione salvifica che assegna alle democrazie liberali il ruolo di soggetto emancipatore.
La condizione delle donne in Iran è segnata da vincoli giuridici e simbolici reali, da pratiche di controllo e di repressione che incidono in modo concreto sulle vite quotidiane, ed è anche attraversata da livelli di istruzione elevati, da una presenza significativa nel lavoro salariato, nelle professioni, negli spazi culturali e universitari, da forme di agency che sfuggono tanto all’immagine della vittima passiva quanto a quella dell’emancipazione incompiuta.
Le donne iraniane vivono una condizione stratificata, nella quale spazi di autonomia e dispositivi di controllo coesistono all’interno di una società plasmata tanto dall’assetto interno quanto da decenni di guerra economica e isolamento internazionale.
Estrarre questa condizione dal suo contesto materiale, separarla dalle sanzioni, dall’impoverimento e dalla precarizzazione prodotti dall’assedio imperialista, significa trasformarla in argomento politico spendibile sul piano internazionale, più che in terreno reale di emancipazione.
La strumentalizzazione della questione femminile come leva di legittimazione dell’intervento occidentale appare così come una costante storica, che raramente ha prodotto liberazione duratura e più spesso ha accompagnato processi di normalizzazione subordinata, dipendenza economica e violenza sociale.
Riconoscere la durezza delle condizioni vissute da molte donne iraniane non implica accettare la loro riduzione a simbolo di una battaglia geopolitica che le trascende.
L’orizzonte che si apre non è quello di una semplice alternativa tra continuità e rottura, ma quello di una pluralità di traiettorie, nelle quali l’indebolimento dell’assetto esistente può tradursi tanto in una ristrutturazione autoritaria quanto in una normalizzazione subordinata ai centri imperialisti, lasciando irrisolta la questione della ricostruzione di una direzione autonoma di classe.
La debolezza storica della classe su scala globale attraversa questa fase come condizione generale, rendendo ogni mobilitazione esposta a processi di cattura e ogni scelta gravata da costi. La politica tende allora a configurarsi come un lavoro paziente contro la semplificazione, contro la riduzione della storia a schema, contro l’idea che il cambiamento coincida automaticamente con l’allineamento a uno dei poli imperiali, lasciando emergere la necessità di attraversare una realtà che non offre campi definitivi da abitare, ma una tensione da mantenere aperta, affinché qualcosa possa prendere forma senza essere già stato deciso altrove.

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