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La nuova Siria? È già guerra con i curdi

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Ad Aleppo il nuovo governo islamista siriano attacca i quartieri curdi. Bombardamenti, esodo civile e scontro politico segnano una Siria tribalizzata. Trump legittima Damasco ma sostiene i curdi: una contraddizione pronta a esplodere.

Siria, la pace armata che prepara la prossima guerra

La Siria post-Assad non è entrata in una fase di transizione: è entrata in una fase di scomposizione. Aleppo, ancora una volta, è il punto in cui le linee di frattura diventano visibili, sanguinose, irreversibili. Gli scontri tra il nuovo governo islamista guidato da al-Sharaa e le forze curde delle Syrian Democratic Forces non sono un incidente del dopoguerra, ma il prodotto coerente di un Paese ricostruito a colpi di realpolitik e retorica stabilizzatrice.

Il quadro militare è chiaro. Le forze governative di Damasco, affiancate da milizie sunnite lealiste, hanno circondato i quartieri curdi di Aleppo, sottoponendoli a bombardamenti pesanti. Artiglieria, carri armati e droni hanno colpito aree densamente abitate, provocando vittime civili e un numero crescente di feriti, in prevalenza donne e bambini.

Le autorità giustificano l’operazione definendo quei quartieri “obiettivi militari legittimi”. Formula già sentita, in Siria e altrove, ogni volta che si decide di trasformare la popolazione in variabile sacrificabile.

Aleppo come laboratorio della nuova Siria

Il rimpallo di accuse tra governo e SDF sui bombardamenti iniziali serve a poco. La posta in gioco è politica, non tattica. Aleppo è il banco di prova della nuova architettura del potere siriano: uno Stato formalmente unificato, ma sostanzialmente settario, che tenta di riaffermare la propria sovranità col linguaggio più antico e meno costoso, quello delle armi.

La chiusura dell’aeroporto, delle scuole e delle università, l’ordine di evacuazione dei civili e il dispiegamento massiccio di mezzi corazzati indicano una strategia deliberata: svuotare i quartieri curdi per colpirli senza testimoni. Un copione noto. L’esodo di migliaia di persone non è un effetto collaterale, ma una condizione preliminare per un’operazione più dura, destinata a “rieducare” militarmente l’autonomia curda.

Dietro la retorica dell’unità nazionale, il governo di al-Sharaa persegue un obiettivo preciso: smantellare l’Amministrazione autonoma curda nel nord e nell’est del Paese. Un’entità che controlla territori strategici, risorse petrolifere e idriche, e che rappresenta l’unico esperimento politico non confessionale emerso dalle macerie della guerra civile. Un’anomalia intollerabile per un potere che si regge sull’alleanza tra fondamentalismo sunnita e apparati militari.

La Siria come nuova Libia

La caduta del regime alawita non ha prodotto riconciliazione, ma tribalizzazione. Venuta meno la “colla” autoritaria che teneva insieme il mosaico siriano, il Paese si è frantumato lungo linee etniche, religiose e claniche. Gli scontri di Aleppo non sono che l’ennesima manifestazione di una guerra mai davvero finita, ora mascherata da normalizzazione.

Le milizie sunnite che affiancano l’esercito governativo rendono evidente la natura settaria del conflitto. Non si combatte solo contro i curdi come forza militare, ma contro ciò che rappresentano: un’idea alternativa di Siria, laica, pluralista, incompatibile con il nuovo ordine islamista. Il passato jihadista di al-Sharaa, improvvisamente ripulito nei salotti diplomatici occidentali, non è un dettaglio biografico: è una chiave di lettura.

Ed è qui che entra in scena Washington. Donald Trump ha scelto di “sdoganare” il nuovo leader siriano in nome della stabilità e degli interessi strategici. Nessuna sorpresa: la politica estera trumpiana non conosce valori, solo convenienze. Tuttavia, la stessa logica impone agli Stati Uniti di non abbandonare i curdi, alleati decisivi nella sconfitta territoriale dell’ISIS e ancora oggi indispensabili per contenere le sue cellule residue.

Il paradosso è evidente. Gli Stati Uniti sostengono militarmente le SDF e, al tempo stesso, legittimano un governo che le considera un nemico interno da disarmare. Al-Sharaa pretende l’integrazione forzata delle milizie curde nell’esercito regolare di Damasco. Traduzione: consegnare le armi a chi oggi bombarda i loro quartieri. Una richiesta che rasenta la farsa.

I curdi non accetteranno. Non per ideologia, ma per memoria storica. Sanno come finiscono queste promesse. Per questo tengono i fucili e li puntano. E per questo la presenza americana in Siria assomiglia sempre più a una missione senza uscita, destinata a concludersi, prima o poi, con una ritirata presentata come scelta strategica.

Aleppo brucia, Trump fa i conti, la Siria si dissolve. E la polveriera, come sempre, non esplode mai una sola volta.

 

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