La minaccia percepita: come Netanyahu si è tenuto le mani libere

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L’intelligence USA avverte Trump: Netanyahu sabota i negoziati con l’Iran per sopravvivere alle elezioni israeliane. Vance annulla il viaggio in Svizzera, i colloqui saltano. Israele bombarda il Libano e si riserva di farlo ancora quando vuole.

Netanyahu contro Trump: il dossier dell’intelligence

C’è un documento che circola tra le stanze della Casa Bianca e che nessun portavoce ufficiale avrebbe voluto vedere pubblicato. Il Washington Post lo ha ottenuto e ne ha diffuso la sintesi: si tratta di una valutazione prodotta dalle agenzie di intelligence americane e consegnata direttamente a Trump nei giorni scorsi. Il contenuto è scomodo nella sua chiarezza: Benjamin Netanyahu, secondo gli analisti dell’intelligence statunitense, sta attivamente operando per sabotare le trattative in corso tra Washington e Teheran, mettendo a rischio un processo negoziale che l’amministrazione americana considera prioritario per stabilizzare il Medio Oriente e riaprire lo Stretto di Hormuz — chiuso da mesi con effetti crescenti sui mercati globali.

Il nodo è il Libano. Il “Memorandum di Islamabad”, cornice del possibile accordo finale tra Stati Uniti e Iran, prevede come condizione irrinunciabile la cessazione delle ostilità israeliane nel paese dei cedri. Netanyahu non solo non ha fermato le operazioni militari, ma secondo il rapporto dell’intelligence intende intensificarle.

La ragione è dichiarata senza eufemismi nel documento: con le elezioni nazionali israeliane previste per l’autunno, la sopravvivenza politica del premier dipende dalla sua capacità di dimostrare all’elettorato interno che le truppe non si ritireranno dal Libano e che Hezbollah continuerà a essere colpito. La guerra, in altri termini, è diventata lo strumento principale di una campagna elettorale. Gli accordi con gli alleati sono una variabile secondaria.

Vance rinuncia alla Svizzera, i colloqui saltano

Le conseguenze operative di questa situazione sono immediate. Nel primo giorno del teorico cessate il fuoco, l’IDF ha condotto bombardamenti su villaggi e aree rurali del Libano meridionale, causando 18 morti e decine di feriti. L’esercito israeliano ha perso quattro uomini — l’equipaggio di un carro armato distrutto da un missile di Hezbollah. Teheran ha reagito duramente, rafforzando le fazioni interne che già contestavano la scelta della Guida Suprema di aprire alla trattativa con Washington per preservare ciò che restava da preservare.

Il vicepresidente Vance, che avrebbe dovuto recarsi in Svizzera per consacrare l’avvio formale dei negoziati, ha annullato il viaggio. Presentarsi agli interlocutori iraniani mentre Israele violava apertamente la clausola principale dell’accordo era, con ogni evidenza, politicamente insostenibile. I colloqui sono posticipati a data indefinita, e lo scetticismo che già circondava l’intera architettura negoziale ha trovato nuova e abbondante materia su cui alimentarsi.

La clausola che vale tutto e non vale niente

Netanyahu ha tentato di stemperare le tensioni con Washington attraverso una mossa tipica del suo repertorio: l’ambiguità calibrata. L’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti ha rilasciato una dichiarazione pubblica annunciando «un cessate il fuoco immediato e la sospensione di tutte le operazioni offensive in Libano». Prima conferma ufficiale di una tregua, ha scritto il New York Times — salvo leggere fino in fondo la dichiarazione, dove compare la clausola che svuota di significato tutto il resto: Israele si riserva il diritto di intervenire non solo in risposta ad attacchi effettivi, ma anche in caso di «minaccia percepita».

La locuzione merita attenzione. Una minaccia percepita non è una minaccia verificabile, misurabile o soggetta a valutazione esterna. È, per definizione, una categoria soggettiva che Israele può applicare discrezionalmente, in qualsiasi momento, per qualsiasi ragione ritenuta sufficiente dal proprio governo. Il cessate il fuoco annunciato con una mano viene ritirato con l’altra. La Casa Bianca è tecnicamente libera di dichiarare che i termini dell’intesa non vietano ad Israele di rispondere ad attacchi — e lo ha fatto — ma il punto non è cosa sia formalmente permesso. Il punto è che il processo negoziale si regge su una clausola che il suo principale beneficiario può invalidare autonomamente in qualsiasi momento lo ritenga elettoralmente opportuno.

Il Washington Post chiude con una nota che suona più a epitaffio che a previsione: le preoccupazioni di Netanyahu, secondo i funzionari americani, «impallidiscono rispetto alla necessità di concludere un accordo e riaprire lo Stretto di Hormuz per scongiurare una crisi economica globale». Potrebbe anche essere vero. Il problema è che Netanyahu lo sa, e sta giocando esattamente su questo: sulla certezza che Washington abbia troppo da perdere per smettere di trattare, e quindi troppo da perdere per smettere di tollerarlo.

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