I sondaggi last minut confermano che la campagna sul voto utile è un boomerang. Più si pretende di chiudere il voto in una gabbia strumentale, più forte è il desiderio di libertà espressiva. Contrappasso logico.
Di Fausto Anderlini*
Voto utile? Suicidio assistito
Il voto utile a cosa se non hai un progetto politico di governo, una trama di alleanze affidabile, una politica, persino una identità? Perchè essere salvato, confidando sul ricatto morale, se hai fatto di tutto per annegare? Alla fine l’unico criterio con minima razionalità è quello di limitare i danni. Evitare di straperdere: misero giubbotto salvagente.
Così palese nella sua fragilità da suscitare semmai un voto punitivo, per ripicca rispetto a tanta insipienza.
Una serie disarmante di errori, seguiti da rappezzi peggiori del buco. Capita quando si sbagliano i presupposti. La presa in carico di un’agenda scaduta (quella di Draghi) liquidando una volta per tutte l’anomalia Conte per mettersi al centro di una pretesa governabilità di tipo emergenziale.
Soprattutto esiziale la collocazione in politica estera: vero discrimine nella definizione del menu politico. La cornice euro-atlantica dell’agenda Draghi. Ovvero la scelta di mettersi a rimorchio dell’oltranzismo della Nato, con una promessa di guerra senza fine alla nazione. A rimorchio di una Europa incapace di delineare un ruolo autonomo nella geo-politica economica globale, con una classe politica di una pochezza imbarazzante.
A rimorchio di un paese guida, gli Usa, a sua volta incapace dj visione. Una democrazia malata, peraltro sull’orlo di una guerra civile. Persino a rimorchio di Zelensky, elevato a faro democratico avverso al fascismo di Putin. Presupposti entrambi insensati.
Mettere l’elmetto, di fronte a un paese sofferente e basito anzichè praticare una giusta cautela. Tenendosi a distanza dagli invasati e dalle dissennate compagnie di guerra. Anteponendo l’interesse nazionale e cercando un filo di ragione nel caos. Seguendo la traccia storica della politica estera italiana, valida nella prima e anche nella seconda Repubblica. Incredibile abbaglio per un partito che nelle intenzioni ambiva ad essere il ‘partito della nazione’.
Non è che non veda lo sforzo della ‘sinistra Pd’, da Bettini a Orlando, passando per i nostri di art. Uno. Ma la promessa di un mutamento nel radicamento sociale del Pd è una arrampicata sugli specchi. Stride e disorienta ancor di più. Arriva dopo tempo massimo, in extremis, come improvvisazione estemporanea anzichè come precisa ridefinizione programmatica e identitaria.
Così messa non fa che mettere in risalto la fragilità intrinseca dell’unico telos di affidabilità del Pd: i diritti civili in una cornice rigorosamente neo-liberalistica. La stessa vicenda politica del Pd dimostra che senza una base sociale securitaria i diritti civili (taluni anche opinabili) sono a rischio inevitabile di involuzione.
I diritti civili messi in antagonismo con la cittadinanza sociale. Una regressione sulla scala marshalliana della cittadinanza. Un errore capitale. Una colpa. Al punto che vediamo: arginare la destra ricorrendo allo spettro della violazione dei diritti civili non paga. L’elettorato non sente. E anche qui, va detto, la linea Conte è quella più prossima a una giusta impostazione di sinistra.

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