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La grande crisi: Italia in stagnazione economica, culturale e demografica

L’Italia in stagnazione da decenni, declassata per interesse geopolitico dagli USA, si è ritrovata ad essere la periferia del centro in una condizione ancora più marginale.

L’Italia in stagnazione

Uno dei temi cruciali da affrontare è la risoluzione della situazione di stagnazione in cui il nostro paese versa da decenni.

Si tratta di una stagnazione economica, culturale e demografica, che non lascia alcun margine di progettualità all’Italia. Il nostro Stato già a libertà ridotta data la II Guerra Mondiale, si è trovato in una condizione ancora più marginale dopo la caduta dell’URSS.

L’Italia, paese di cerniera tra l’Occidente e dei confini caotici (Balcani e Mediterraneo), è stata declassata per interesse geopolitico dagli USA. In più, con l’aumentare della competizione tra aziende e Stati capitalisti, si è ritrovata ad essere la periferia del centro (la concentrazione di capitali era diretta verso Francia e Germania, che a loro volta -con i BRICS e la guerra in Ucraina– vedono fuggire parte dei loro verso gli USA).

I rapporti internazionali rimangono a cerchi concentrici con al centro il paese più ricco e via via che ci si sposta fuori vi sono vassalli, valvassini e valvassori.

Il nostro paese è nella spiacevole condizione di essere passato da vassallo di serie A a serie B. Nei piani egemonici utili al centro (sempre che il centro attuale non sia soppiantato da uno nuovo), l’Italia (e in parte la Germania) sono meno e infatti sale la Polonia (destinata a diventare la nuova Germania).

Marginalmente, i paesi del Mediterraneo si stanno riprendendo, in parte per la crisi tedesca che fa rifluire capitali, in parte per motivazioni esogene.

Il Portogallo e la Grecia sono stati in modi diversi salvati dalla Cina, anzi si potrebbe dire che i due paesi sono andati in via crescente a dare maggior peso alla Cina. La Grecia cominciò con la crisi, vendendo il Pireo; il Portogallo (col suo governo delle sinistre e il suo boom economico) aprì ai cinesi come acquirenti del debito pubblico (primi in UE, se non ricordo male) e poi alla Via della Seta.

Ora, il piccolo miracolo lusitano con crescita dei redditi, aumento dei consumi e riduzione delle disparità è sotto gli occhi di tutti, restano due piccole incognite: la dipendenza dal turismo (anche quello pensionistico), parliamo di una sorta di “monocoltura del terziario”; il rischio di trovarsi lentamente sotto un nuovo egemone (geopoliticamente USA, geo-economicamente Cina).

Non mi piace la scelta del Partito Socialista di escludere l’estrema sinistra dopo l’ultimo successo elettorale, mi ricorda Mitterand come strategia (per cui non provo alcuna simpatia); sul boom economico e sull’avvicinamento alla Cina, buon per loro, spero che non sia un fuoco di paglia.

Sarebbe stato bello poter contare su una serie di governi tra Italia (Conte? Con chi?), Spagna (Podemos più forte?) e Portogallo (Costa con la sinistra?) per riformare l’UE e provare ad approcciarsi a Cina e USA alla pari, con una politica autonoma per il Mediterraneo.

Faccio notare che il leader portoghese è nato Goa, ex colonia portoghese sulla costa indiana e si tratta dunque dell’ennesimo leader occidentale di origini in parte indiane.

Dovremmo approfondire le differenze strategiche di penetrazione tra Cina e India in questa specie di Trono di spade globale: la Cina ha avuto prima un’emigrazione massiva, poi un’inondazione di prodotti a basso costo e ora di capitali; l’India ha esportato prima idee (non violenza, religioni), poi immigrati e ora classi dirigenti (non credo ci sia un piano, ma sono tendenze profonde).

Cosa auspicare? Un governo nazionale, populista, democratico, di orientamento socialista che avvii una politica mazziniana con omologhi auspicabilmente in Portogallo e Spagna; che sappia procedere sulle vie di un “riformismo rivoluzionario”, senza smarrire il presente.

Dunque, è un peccato che Costa abbia fatto fuori il Bloco de Esquerda, il Partito Comunista e i Verdi, perché un Partito Socialista senza la sinistra anti-capitalista può realizzare solo un (buon) riformismo.
Per l’Italia in stagnazione questo problema non si pone, visto che non abbiamo né politici, né idee.

Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni

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Gabriele Germani
Gabriele Germani
Roma, 1986. Laureato in Storia contemporanea e Psicologia, con Master in Geopolitica. Lavora nell’ambito pedagogico-educativo. Si occupa da anni dei rapporti tra il Sud e il Nord del mondo, con le lenti del neo-marxismo, della teoria della dipendenza, del sistema-mondo e dell’Eurasia. Con questa prospettiva ha pubblicato negli anni, alcuni libri e articoli di storia e antropologia, in particolare sull’America Latina. Riferimenti bibliografici: Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni di Gabriele Germani (Autore), Anthology Digital Publishing, 2022. Ha inoltre in pubblicazione con Kulturjam Edizioni: una raccolta di riflessioni su BRICS e mondo multipolare, con introduzione di Gianfranco La Grassa e con Mario Pascale Editore un testo sulla politica estera italiana durante la II Repubblica. Cura un micro-blog sul suo profilo Facebook (a nome “Gabriele Germani”) e un Canale Telegram sempre a nome “Gabriele Germani” (t.me/gabgerma). Dirige inoltre il Podcast “La grande imboscata” su attualità, geopolitica e cultura su varie piattaforme.

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