La Germania in crisi di sistema chiama sempre in causa coordinate eccedenti rispetto ai puri rapporti di forza: e così il problema di fondo non è tanto, per i tedeschi, come stare nella Storia, ma anzitutto se è il caso di starci.
Germania in declino, Germania segreta
Di Flavio Piero Cuniberto*
Con ogni evidenza la Germania si sta avvitando in una drammatica crisi di sistema. A differenza della Francia in subbuglio, i tedeschi sembrano prostrarsi alla volontà suicida della classe dirigente, eterodiretta da Oltreatlantico. Azzerati.
É vero che l’insetto-foglia si azzera come insetto e si camuffa da foglia. (Come è vero che negli anni ’90 qualcuno può avere pensato – utopicamente – a una vocazione universale della nuova Germania come potenza disarmata).
La questione non è infatti riducibile a pura geopolitica o alla flessione dell’export, al rapporto di forze tra paesi in ascesa e paesi in declino: la Germania chiama sempre in causa coordinate eccedenti rispetto ai puri rapporti di forza (chiama in causa coordinate metafisiche, per chiamarle col loro nome): e così il problema di fondo non è tanto, per i tedeschi, “come” stare nella Storia, ma anzitutto “se” è il caso di starci.
A un paese vissuto per secoli nella frammentazione feudale dell’Impero, privo di confini fisici netti, attratto dalle pianure orientali (non meno di quanto i coloni americani fossero attratti dai grandi spazi dell’Ovest), la forma giuridica dello Stato moderno sta stretta, e nemmeno può pensare di rilanciare ambizioni imperiali vecchio stile.
Fino agli splendori artistico-intellettuali della grande Età classica e classico-romantica – dai Dioscuri di Weimar a tutti gli altri (compresa quella singolare costellazione di geni difformi a cui appartengono Marx, Nietzsche e Wagner) – la Germania sta «fuori» dalla Storia. Il suo rientro è rapido e tempestoso, si sa: con la Prussia nel ruolo-guida la Germania si unifica e poi si lancia nella crociata anti-occidentale del 1914-1918, e nel delirio antioccidentale del 1933-1945 (un delirio non privo di logica, ma pur sempre delirio).
Dopo esservi rientrata, nella Storia, con la battaglia di Sédan (1870) e l’occupazione di Parigi, la Germania ne esce nel 1945 per palese indegnità.
Ma fino a che punto, dopo appena settant’anni di militanza fallimentare «nella storia» (pochissimi), e altri settanta in regime di occupazione, formale (fino all’89) o di fatto, e dunque sempre ai margini della Storia, la Germania intende davvero rientrarvi? Se Parigi «è nella storia e intende restarci, Berlino ne è stata espulsa e stenta a rientrarvi, né sa se davvero lo vuole» (Lucio Caracciolo).
É un ramo d’oro interpretativo che può portare lontano. Troppo facile parlare di ascesa e declino tout court in rapporto a un paese la cui appartenenza alla storia – e allo scacchiere geopolitico – è dubbia, obliqua, anomala.
Forse la Germania, quella che grandi tedeschi (e in questo caso ebreo-tedeschi) come Ernst Kantorowicz chiamavano la «Germania segreta», sta altrove. Né questo «stare altrove» è molto diverso dalla condizione metastorica dell’Italia, terribilmente simile, nei tempi, alla vicenda tedesca, e «più archetipo che nazione», come ebbe scrivere in un lampo visionario il compianto Guido Ceronetti.

* Ripreso da Flavio Piero Cuniberto
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