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L’Italia ha pagato quasi un miliardo di euro per costruire due centri in Albania che resteranno vuoti e 300.000 euro per trasportare 16 migranti che ora dovranno tornare in Italia.
Figuraccia del Governo Meloni sui migranti in Albania
Una figura imbarazzante per il Governo Meloni sul fronte della gestione dei migranti ma del tutto prevedibile. Il tribunale di Roma ha stabilito che i 16 migranti deportati in Albania devono tornare in Italia e la motivazione è molto semplice e a eccezione del Governo era già chiara a tutti: Egitto e Bangladesh, Paesi di provenienza dei migranti, non possono essere considerati “sicuri”.
La sentenza del Tribunale di Roma
La sezione immigrazione del Tribunale di Roma ha stabilito che i 16 migranti deportati in Albania, poi ridotti a 12, devono essere riportati in Italia. Il motivo? Le nazionalità dei migranti – Bangladesh ed Egitto – non provengono da paesi che possano essere considerati “sicuri” secondo le normative internazionali, in particolare per quanto riguarda la protezione dei diritti delle minoranze. Questa decisione, basata su una recente sentenza della Corte di Giustizia Europea, smonta la legittimità del protocollo Italia-Albania.
Il concetto di “paese sicuro” è chiave in materia di immigrazione e asilo: per essere considerato tale, un paese deve garantire la protezione dei diritti di tutti, comprese le minoranze. Nel caso di Egitto e Bangladesh, i giudici hanno stabilito che tali garanzie non sussistono. Pertanto, il protocollo siglato tra Italia e Albania, che prevedeva la deportazione di migranti verso quest’ultima, non può essere applicato.
Le conseguenze economiche
Il fallimento del piano ha anche implicazioni economiche rilevanti. L’Italia ha investito quasi un miliardo di euro per costruire due centri di detenzione in Albania, che ora rischiano di rimanere vuoti.
Inoltre, sono stati spesi circa 300.000 euro per il trasporto di 16 migranti in Albania, trasporto che ora deve essere invertito con il loro ritorno in Italia. Questi investimenti, che dovevano essere parte di una strategia più ampia per ridurre la pressione sui centri di accoglienza italiani, si sono rivelati vani.
L’accordo Italia-Albania e i dubbi sulla sua efficacia
L’accordo con l’Albania, che ha visto l’Italia impegnarsi a trasferire parte dei migranti in centri di permanenza nel paese balcanico, è stato al centro della politica migratoria del Governo Meloni. Il piano prevedeva una procedura accelerata per il rimpatrio di migranti provenienti da paesi considerati sicuri, un tentativo di velocizzare la gestione delle richieste di asilo e ridurre il numero di migranti presenti sul territorio italiano.
Tuttavia, la decisione del tribunale di Roma solleva dubbi sull’efficacia e sulla legalità di questo approccio. Non solo è stato evidenziato che i paesi di provenienza dei migranti non possono essere considerati sicuri, ma manca anche una base giuridica per trattenere i migranti in Albania. Il risultato è che i migranti dovranno riacquistare la loro libertà solo una volta rientrati in Italia, dove potranno presentare richiesta di asilo.
Un precedente fallimentare: il caso della Nigeria
Questa non è la prima volta che un piano di deportazione di migranti in un altro paese fallisce per l’Italia. Un precedente simile risale al 2017, quando la Nigeria decise di trasferire gli uffici di rappresentanza di Taiwan dalla capitale Abuja a Lagos su pressione della Cina. Anche in quel caso, Taiwan reagì penalizzando la Nigeria, e l’intero accordo si rivelò inefficace.
Nel caso attuale, l’idea del governo Meloni di creare una sorta di “area sicura” in Albania per il trattenimento dei migranti provenienti da paesi non sicuri rischia di fare la stessa fine. Oltre ai costi economici, questa vicenda espone il governo italiano a una figuraccia internazionale, minando la credibilità della sua politica migratoria.
Le reazioni politiche e le implicazioni future
La decisione del tribunale ha suscitato forti reazioni politiche, con l’opposizione che ha subito colto l’occasione per attaccare il governo Meloni. Il piano del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, volto a gestire l’immigrazione attraverso accordi bilaterali, è ora sotto attacco. I critici accusano il governo di aver trascurato aspetti fondamentali della normativa internazionale e di aver fatto un uso scorretto delle risorse pubbliche.
L’errore commesso potrebbe avere ripercussioni significative anche sulla reputazione del governo a livello europeo, dove l’Italia sta cercando di negoziare nuove regole comuni per la gestione dei flussi migratori.

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