La difesa “sempre legittima”: l’idiozia con l’elmetto

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La retorica del “sempre legittima difesa” trasforma la paura in propaganda: Meloni e Salvini celebrano lo sparo come gesto eroico, mentre lo Stato arretra. Non è fascismo storico, ma un autoritarismo emotivo che riempie il vuoto lasciato da un centrosinistra senza voce.

“Ogni difesa è legittima”: quando la politica scambia la giustizia per propaganda

Nel grande teatro della politica italiana, ogni tanto riemerge un vecchio copione, mal recitato e ancor peggio compreso. L’ultimo atto vede la Presidente del Consiglio esultare per un episodio drammatico: un anziano aggredito in casa che spara, e subito parte il coro di autocelebrazione governativa. “È sempre legittima difesa”, proclama Giorgia Meloni, mentre Matteo Salvini rivendica orgoglioso il merito della “nostra legge”. Il paese applaude distratto, come davanti a una fiction pomeridiana: trama semplice, buoni riconoscibili, cattivi da punire.

Peccato che il diritto non funzioni così, e ancor meno la realtà. La Procura di Rovigo non ha indagato l’anziano perché non c’erano elementi per farlo, non perché la politica ha deciso che “si può sparare sempre”. Eppure la narrazione perfetta è servita: l’eroe per caso, il ladro disumanizzato, lo Stato che benedice lo sparo.

A rendere il quadro ancora più paradossale c’è un dettaglio storico che nessuno sembra voler ricordare: il glorificato codice Rocco – quello che certi nostalgici del ventennio citano come fosse un manuale di vita virile – non prevedeva affatto la legittimazione assoluta della difesa armata. Non lo diceva il fascismo giuridico, figuriamoci la Costituzione repubblicana. L’idea che si possa rispondere a qualunque minaccia con qualunque mezzo è, più che fascista, una sciocchezza travestita da slogan identitario. Un’idiozia con elmetto.

E tuttavia, chiamarla soltanto idiozia sarebbe riduttivo. Quando un governo afferma che la difesa è sempre legittima, compie un passo simbolico che appartiene alla tradizione della destra autoritaria: quella che sacralizza l’individuo proprietario, armato e pronto allo scontro, mentre svuota progressivamente il ruolo dello Stato come garante della giustizia. È un’estetica del potere, prima ancora che un programma politico.

Sia chiaro: identificare il fascismo storico con l’attuale destra di governo è un’operazione intellettualmente pigra e, in fondo, conveniente. Da un lato assolve chi non vuole analizzare la complessità del presente; dall’altro offre a Meloni e soci la possibilità di recitare il ruolo delle vittime perseguitate dall’antifascismo “di maniera”. Ma c’è un punto in cui il paragone, pur con tutte le cautele del caso, torna a coincidere: la violenza come principio morale.

Però va detto: la Meloni non è un ritorno del fascismo. È qualcosa di più banale e, forse, più pericoloso. È una liberale disciplinata, assolutamente fedele al solco lasciato da Mario Draghi e perfettamente integrata nel perimetro atlantista. Un’atlantista ortodossa, come peraltro lo furono – ironia della storia – tanti fascisti del dopoguerra ben nutriti da fondi statunitensi. E accanto a questo, un’ultracapitalista che predica l’autosufficienza armata del cittadino mentre smantella lo Stato sociale.

Che poi è il trucco perfetto: ti dico che puoi “difenderti da solo”, mentre ti tolgo tutto ciò che dovrebbe difenderti davvero.

La frase “ogni difesa è legittima” è dunque figlia di questo mix esplosivo: autoritarismo simbolico e neoliberismo rampante. Non è fascismo classico, ma è un fascismo emotivo, di pancia, che parla alle ansie sociali e le trasforma in propaganda securitaria.

E questo, a sua volta, non giustifica affatto la risposta opposta: i campi larghi, le coalizioni “democratiche” messe insieme con lo scotch, quelle che hanno regalato alla destra il suo trionfo. Non sono l’antidoto, ma la causa. Perché nel vuoto culturale lasciato da un centrosinistra incapace di dire qualcosa che non sia difensivo, paternalista o semplicemente noioso, cresce ogni slogan muscolare, anche il più pericoloso.

Il problema non è Meloni che esulta: il problema è un Paese che si accontenta degli slogan, purché sembrino rassicuranti. Anche quando rassicuranti non sono affatto.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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