L’Italia non è vittima del capitalismo internazionale ma uno dei predatori

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Un paese come l’Italia, per quanto in declino, rimane un paradiso in terra, quasi un miraggio, per milioni di disperati. Rimane però un comprensibile malcontento, perché?

L’Italia non è vittima del capitalismo internazionale

Tutti i sistemi hanno un principio, una vita e una fine.
Sembra che anche l’universo non sfugga a questo destino (ma potrebbe essere particolare essendo il contenitore di tutti i contenuti). Anche l’egemonia USA è destinata a finire.
A seguire, anche noi alleati europei avremo probabilmente dei problemi.

Un paese come l’Italia, per quanto in declino, rimane un paradiso in terra, quasi un miraggio, per milioni di disperati.

L’Italia non è vittima del capitalismo internazionale, ma uno dei predatori (forse non il peggiore, ma uccidere tre uomini invece che mille, fa di te comunque un assassino).

Rimane però un comprensibile malcontento, perché? Perché non tutta la popolazione giova egualmente dei frutti del regime neocoloniale e durante i periodi di declino (come questo) la maggioranza della popolazione è destinata a vedersi rompere il patto socialdemocratico.

Nonostante questo, dobbiamo però altrettanto essere lucidi nelle analisi. Le masse europee sembrano composte per lo più da una piccola borghesia, più che dal proletariato e questo -alla prova dei fatti- nel secolo passato ha condotto per lo più battaglie di carattere sindacale (rivendicazioni orarie ed economiche).

La rivoluzione sembra ben lontana dalla presunta classe rivoluzionaria marxista, così come sembra ben lontana dal cuore del capitalismo mondiale (dove anzi, il consenso è forte: fa egemonia).

Le rivoluzioni novecentesche (come notano più autori) si sono svolte in presenza di alcuni elementi:

1) Le classi dirigenti globali erano divise (Russia e I Guerra Mondiale; Cina e II Guerra Mondiale; Vietnam, Cuba, Angola e Mozambico momenti più duri della Guerra Fredda).

2) Si sono svolte in paesi di contadini, economicamente e geopoliticamente marginali.

3) Queste masse contadine venivano mobilitate attorno a un nucleo teorico-militare (sarebbe da capire se il marxismo fu solo il pretesto per respingere i capitalisti stranieri e una classe feudale parassitaria; in questo ambito andrebbe studiata la rivoluzione khomeinista in Iran).

È probabile che, con l’ascesa del multipolarismo, alcuni paesi periferici assisteranno nuovamente a dei processi rivoluzionari (forse anche quelli che vediamo oggi in Africa subsahariana lo sono).
C’è tanto da studiare e comprendere.

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Gabriele Germani
Gabriele Germani
Roma, 1986. Laureato in Storia contemporanea e Psicologia, con Master in Geopolitica. Lavora nell’ambito pedagogico-educativo. Si occupa da anni dei rapporti tra il Sud e il Nord del mondo, con le lenti del neo-marxismo, della teoria della dipendenza, del sistema-mondo e dell’Eurasia. Con questa prospettiva ha pubblicato negli anni, alcuni libri e articoli di storia e antropologia, in particolare sull’America Latina. Riferimenti bibliografici: Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni di Gabriele Germani (Autore), Anthology Digital Publishing, 2022. Ha inoltre in pubblicazione con Kulturjam Edizioni: una raccolta di riflessioni su BRICS e mondo multipolare, con introduzione di Gianfranco La Grassa e con Mario Pascale Editore un testo sulla politica estera italiana durante la II Repubblica. Cura un micro-blog sul suo profilo Facebook (a nome “Gabriele Germani”) e un Canale Telegram sempre a nome “Gabriele Germani” (t.me/gabgerma). Dirige inoltre il Podcast “La grande imboscata” su attualità, geopolitica e cultura su varie piattaforme.

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