Iraq, la neutralità finita: milizie, ritiro USA e il rischio di guerra totale

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L’Iraq scivola verso la guerra: attacchi, ritiro USA e pressione delle milizie PMF spingono Baghdad oltre la neutralità. Tra divisioni interne, crisi energetica e tensioni regionali, il Paese rischia di diventare il nuovo epicentro del conflitto.

Iraq, la neutralità impossibile

C’è una parola che in Medio Oriente dura sempre meno: neutralità. E nel caso dell’Iraq, ormai, somiglia più a una formula diplomatica che a una condizione reale. Il Paese è già dentro il conflitto, anche se continua a dichiararsi fuori.

Da un lato, un governo formalmente allineato agli equilibri occidentali e ancora legato alla presenza — sempre più ridotta — di Stati Uniti e NATO. Dall’altro, un tessuto militare e sociale in cui le milizie sciite, molte delle quali con legami strutturali con l’Iran, esercitano un’influenza crescente. In mezzo, uno Stato che prova a restare in piedi mentre il terreno sotto i piedi si muove.

Gli ultimi sviluppi rendono questo equilibrio sempre più precario. Gli attacchi contro le milizie filo-iraniane nelle province di Ninive e Salah al-Din, attribuiti a velivoli senza insegne ma indicati come statunitensi, hanno prodotto vittime e soprattutto un effetto politico: la legittimazione della risposta armata.

Il governo di Baghdad ha autorizzato l’esercito a reagire a incursioni aeree, missilistiche e con droni. Formalmente autodifesa. Sostanzialmente, un cambio di postura.

Nel frattempo, le forze occidentali stanno lasciando il Paese. Non per scelta strategica, ma per necessità operativa. La coalizione ha negoziato una tregua temporanea con le milizie sciite per consentire l’evacuazione dalla base di Victoria, a Baghdad, verso la Giordania. Una scena che racconta più di molte analisi: chi fino a ieri garantiva sicurezza oggi chiede tempo per ritirarsi.

PMF, lo Stato nello Stato che decide la guerra

Il vero centro di gravità della crisi irachena ha un nome preciso: Hashd al-Shaabi, le Forze di Mobilitazione Popolare. Una struttura ibrida, metà istituzione, metà costellazione di milizie, nata per combattere l’ISIS e trasformata in un attore permanente del sistema di potere.

Si stima che conti tra 150.000 e 200.000 uomini, distribuiti in oltre 70 organizzazioni. Una forza trasversale, che include componenti sciite, sunnite, yazide e cristiane, ma con un asse politico e militare chiaramente orientato verso Teheran e il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche.

Non è una milizia qualsiasi. È, di fatto, la spina dorsale della sicurezza irachena. Formalmente integrata nello Stato, ma dotata di autonomia operativa e capacità decisionale che spesso superano quelle delle istituzioni civili. Un “potere dentro il potere”, come lo definiscono i suoi critici.

Negli ultimi giorni, il loro ruolo è diventato ancora più evidente. I funerali dei combattenti uccisi nei raid vicino Mosul hanno portato in piazza centinaia di migliaia di persone a Baghdad. Non una commemorazione, ma una mobilitazione politica. Lo slogan è semplice: non solidarietà, ma intervento.

Le milizie hanno accettato una tregua temporanea per consentire il ritiro occidentale. Un gesto che qualcuno ha letto come moderazione. In realtà, è un segnale di controllo: decidono quando si combatte e quando si sospende il fuoco.

Nel nord del Paese, intanto, la tensione cresce. Le regioni curde ospitano ancora contingenti occidentali, e questo alimenta accuse di collusione con Stati Uniti e Israele. Una frattura interna che rischia di trasformarsi in conflitto aperto.

L’Iraq cammina su una corda tesa. Da un lato, il rischio di escalation militare. Dall’altro, il tentativo di contenimento istituzionale. Ma la corda si assottiglia ogni giorno.

A complicare il quadro c’è la dimensione economica. L’Iraq dipende dal petrolio per circa il 90% delle sue entrate. Gli attacchi ai giacimenti di Majnoon, Rumaila e Kirkuk, uniti alla crisi dello Stretto di Hormuz, mettono sotto pressione l’intero sistema. Non è solo una guerra militare: è una guerra sulle risorse.

Nel frattempo, sei Paesi arabi — Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Qatar, Bahrain e Giordania — esercitano una pressione diplomatica su Baghdad affinché contenga le milizie. Un invito che suona più come un ultimatum. Il governo risponde con un equilibrio sempre più fragile: autorizza la difesa armata, ma chiede controllo statale sulle milizie; condanna le violazioni della sovranità, ma evita lo scontro diretto con Washington. È una strategia di sopravvivenza. Ma la domanda resta: per quanto tempo?

 

 

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