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mercoledì, Agosto 17, 2022

Con l’inflazione all’8,6% la guerra è già in casa

Il fiasco degli economisti, la maggioranza degli esperti nel mondo della finanza o nei governi, che non ha visto arrivare la più grande svolta degli ultimi anni, sino all’attualità di penurie generalizzate e forti rialzi dei prezzi. Figlia, in parte, della guerra ma non solo. E il mistero Europa, con inflazione simile a quella Usa ma situazione economica molto diversa. Il punto di Pietro Orteca per Remocontro*

Europa alle corde con l’inflazione all’8,6%. Errori economici e politici

Una nave, sballottata dai marosi in tempesta, ha bisogno di capitani coraggiosi e di un buon equipaggio per restare a galla. Metafora che calza a pennello con l’attuale situazione geopolitica ed economica del Vecchio continente.

Ieri i dati sull’inflazione nell’Eurozona. Sappiamo e sapevamo: l’invasione russa dell’Ucraina si è sovrapposta alla (post) pandemia, all’alterazione dei cicli domanda-offerta, all’interruzione della catena di approvvigionamenti, all’esplosione dei costi di energia, materie prime e semilavorati. D’accordo, sono tutte cause comprensibili, che diventano “attenuanti” specifiche, per i governi in carica.

Banca centrale europea

Ma qui il problema non è cercare il colpevole, ma trovare le soluzioni. Abbiamo ripetutamente, nei mesi passati, criticato l’immobilismo della Banca centrale europea, che è sembrata fare più “politica” che “economia”. La crescita? Non è compito statutario dell’Istituto di Francoforte. No. La BCE doveva difendere il cambio e impedire che l’inflazione esplodesse.

E non l’ha fatto. Quando mancano i fondamentali per qualsiasi scenario economico positivo, a cominciare dalle “aspettative”, continuare a pompare liquidità, a casaccio, in un sistema, significa dissanguarlo. E posticipare la resa dei conti. Un calcolo che non ha nessuna razionalità finanziaria, ma solo apparenti giustificazioni di tipo politico.

‘Ingegneria sociale’

In sostanza, l’eurocentrismo monetario di Bruxelles è debordante e impiega investimenti comunitari massicci che hanno più finalità “distributive” e di “ingegneria sociale” che di produzione della ricchezza.

Non è sbagliato il concetto. Sono sbagliati i tempi e i modelli impiegati. Lo stesso errore di Jerome Powell, il Presidente della Federal Reserve americana, che, per non tagliare le gambe alla ripresa del Pil Usa, ha alzato i tassi in ritardo, andando appresso agli “esperti” che parlavano di rialzi dei prezzi “transitori”.

Non ne hanno azzeccata una. Come i 17 Premi Nobel (primo firmatario Josep Stiglitz) che hanno scritto una “lettera aperta” di sostegno a Biden, esortandolo a continuare a spendere e spandere, perché, tanto, “l’inflazione non sarebbe aumentata”.

Josep Stiglitz

Bocciati in Economia politica

La missiva, onusta di glorie, allori e altrettanta supponenza, è stata pubblicata dal Washington Post. Dove vogliamo arrivare? La democrazia, fatta l’analisi costi-benefici, è senz’altro il migliore dei sistemi istituzionali. Ma ha anch’esso le sue magagne, a cominciare dalle “asimmetrie” nella ricerca del consenso.

Se poi le “invasioni di campo”, coinvolgono, trasversalmente, politica ed economia, allora si corre il rischio che l’interesse particolare (o di gruppo) sopravanzi quello generale. Ergo: le banche centrali devono assolutamente essere indipendenti ed autonome dal potere politico. I cicli finanziari non hanno nulla da spartire con quelli istituzionali e le scelte delle autorità monetarie non devono “fabbricare consenso”.

Certo, se poi le strategie adottate lasciano perplessi, allora qualche dubbio viene.

I guai di Biden, ma c’è di peggio

Powell non è intervenuto prima perché scommetteva nel “boom” della crescita e non si curava dell’inflazione, o ha preferito rischiare? Se avesse avuto ragione, Biden, a novembre, avrebbe stravinto sui Repubblicani. E invece lo ha inguaiato.

Il Presidente ora si ritrova con l’inflazione all’8,6%, il prezzo della benzina raddoppiato, quello dei mutui-casa alle stelle e la quasi certezza di essere massacrato alle elezioni di Medio termine (for the record, Powell è stato nominato alla FED da Trump…).

Ma lui non deve disperare, perché c’è di peggio: l’Europa. Infatti, mentre il “superstimolo” postpandemico Usa, da sei trilioni di dollari, ha fabbricato inflazione (in parte) ma ha pompato anche il Pil (+3,6%), dalle nostre parti, l’elettroencefalogramma dell’economia è piatto.

Usa, la reconciliation di Biden a un bivio

Inflazione + recessione = stagflazione

A fronte di un diluvio universale di risorse gettate dalla finestra, abbiamo ottenuto alta inflazione e quasi-recessione, in una parola: stagflazione. La matematica, a certa politicai, fa antipatia, perché smaschera impietosamente tutti i fallimenti di strategie raffazzonate. Peggio, di scelte finanziarie che sono il frutto zigzagante di una stiracchiata mediazione, tra i multiformi interessi esistenti nel caravanserraglio dell’Unione.

La BCE è la pietra filosofale di un’alchimia perversa: tutta l’economia che tocca, la trasforma in politica, cioè in un universo dove le scelte non sono determinate da una logica razionale, ma da un obiettivo di parte.

‘Fenomeni ingovernabili’

Ieri l’Economist cercava di spiegare quello che molti specialisti (figuriamoci i politici) faticano ad afferrare. Cioè il fatto che i fenomeni economici contemporanei (come questa inflazione) presentino dei caratteri di novità e di complessità tali che li rendono difficilmente prevedibili. E quindi, sostanzialmente ingovernabili.
Aspettative e Indici di fiducia

The “Bible”, ad esempio, sottolinea come le “aspettative” e gli “indici di fiducia” siano fattori decisivi nel determinare l’andamento dei mercati. La storia dice che Madame Lagarde alzerà i tassi dello 0,25% solo il 21 di luglio. E poi a settembre, “se ce ne sarà bisogno”. Sempreché, nel frattempo, tedeschi, olandesi e altri “virtuosi” non mettano a ferro e fuoco il sonnolento Board BCE. Ma il problema più grosso, per l’Europa, a nostro avviso, è di governance. Anzi, di classe dirigente.

C’è una frattura profonda tra le istituzioni, soprattutto quelle comunitarie, e la gente. Le proposte politiche sono vecchie, incartapecorite da una burocrazia asfissiante e frutto di estenuanti compromessi al ribasso. E poi ai leader manca qualsiasi barlume di percezione della quotidianità.

Qualità della vita e consenso

Ieri il Financial Times, con grande acume, analizzava, in prima pagina, la rivoluzione geopolitica dell’Occidente e i contraccolpi a livello economico. E quelli più micidiali, a livello sociale. E così torniamo al punto di partenza.

L’inflazione, seguita da una probabile recessione, segnerà il nostro immediato futuro e abbasserà la qualità della vita. Nelle società libere questo significa, quasi sempre, che chi è al potere non avrà più il consenso del Paese. D’altronde, la forma più alta di democrazia è proprio questa: perdere le elezioni e tornarsene a casa.

*Remocontro

 

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