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Inchiesta Qatar 2022: 6500 lavoratori morti per i mondiali di calcio

Il Guardian con la sua inchiesta Qatar 2022 ha rivelato che sono 6500 i migranti morti durante i lavori per le infrastrutture per i mondiali di calcio.

Inchiesta Qatar 2022: 6500 morti

di Bruna Kola Mece.

Sgorga sangue tra le infrastrutture che stanno per ospitare i Mondiali di calcio 2022 in Qatar, secondo un’inchiesta del Guardian sono più di 6500 i migranti morti dal 2010 al 2020. Lavoratori provenienti dal Bangladesh, India, Sri Lanka, Nepal, Filippine e Kenya, impegnati nella costruzione di stadi e strutture, hanno lasciato le proprie terre in cerca di un lavoro dignitoso che si è trasformato solamente in una grande menzogna.

Una nuova forma di schiavitù che ingaggia operai per poi alienarli e segregarli in un circolo vizioso che è quello della produzione e del profitto.

Il Guardian anche in passato si è occupato delle condizioni critiche dei lavoratori migranti in Qatar, e spiega come nella maggior parte dei casi i morti non vengano sottoposti a nessuna autopsia, così che nei referti medici non possa esserci scritto se siano morti in un contesto lavorativo.

“Le prove scoperte dal Guardian sono una chiara prova dell’uso sistematico del lavoro forzato in Qatar”, il commento di Aidan McQuade, direttore di Anti-Slavery International, fondata nel 1839. “In effetti, queste condizioni di lavoro e il numero sorprendente di morti di lavoratori vulnerabili vanno oltre il lavoro forzato, ma direttamente alla schiavitù di un tempo in cui gli esseri umani erano trattati come oggetti. Non c’è più il rischio che la Coppa del Mondo possa essere costruita sul lavoro forzato. Sta già accadendo”.

Senza documenti ufficiali, i lavoratori migranti erano di fatto ridotti allo status di clandestini, spesso impossibilitati a lasciare il posto di lavoro senza timore di essere arrestati e senza diritto ad alcuna tutela legale. Con il sistema statale di sponsorizzazione della kafala, i lavoratori non potevano nemmeno cambiare lavoro o lasciare il paese senza il permesso dell’azienda sponsor.

Tutta questa storia rimanda ai Mondiali in Brasile in cui morirono degli operai e lo sfruttamento dei lavoratori non ha avuto denunce se non “l’omaggio” della FIFA prima di iniziare la partita. L’inesistente diritto del lavoro nei Paesi Arabi doveva far suonare un campanello d’allarme a chi gestisce il calcio mondiale e invece si è preferito restare inermi di fronte all’ennesima tragedia umana.

L’assegnazione del Mondiale al Qatar è stata tutto fuorché una storia di sport, ma piuttosto intrisa da interessi politici ed economici. È il paese con il reddito pro capite più alto al mondo, la sua posizione strategica ingrana vantaggi poiché trovandosi nella terra di mezzo del territorio più ricco di petrolio e gas puro al mondo il suo potere non è indifferente.

Ogni loro investimento è strategico, specchio fedele della filosofia che dagli anni Novanta ad oggi, guida uno dei paesi più abbienti al mondo. La monarchia del Qatar e il comitato organizzatore dei mondiali hanno sempre respinto tutte le accuse, giustificando che il numero dei morti è proporzionato al numero dei migranti che lavorano nel paese, includendo anche i dirigenti stranieri morti per cause naturali.

Dopo incessanti critiche il Governo ha deciso di approvare una riforma nel 2020, che prevedeva un salario minimo e consentiva a tutti i lavoratori di cambiare lavoro senza chiedere il permesso alla propria azienda. Passi importanti che non bastano per la gestione dei flussi di migranti che producono “capitale” in un paese come il Qatar. Amare la ricchezza, imporre l’autorità e usare le persone, rappresentano alcuni dei più grandi peccati dell’essere umano.

Inchiesta Qatar 2022: 6500 lavoratori morti per i mondiali di calcio

 

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