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L’Occidente stenta a capire la difficoltà di gran parte del mondo nell’entrare nella “modernità”, perché vi siamo immersi e la superiamo nella “contemporaneità”.
Il trauma della modernizzazione
È interessante osservare il trauma della “modernizzazione“. Oggi per noi è dato per scontato, è parte del nostro orizzonte esistenziale e persino del nostro inconscio, troviamo difficoltà ad immaginare qualcosa di Altro rispetto al “moderno”. Non è un riferimento cronologico (o non solo), è prima di tutto un riferimento culturale.
L’Età Moderna viene avviata da Colombo (secondo altri da Lutero) e viene chiusa da Napoleone. Siamo nel terreno delle convenzioni e nella macro-storia: l’esportazione degli Stati, dell’economia e della guerra europea nel mondo come avvio e l’ordine mondiale anglocentrico (con rivoluzione industriale) a chiusura (da qui parte la “contemporaneità” altra idea scivolosa).
Non serve ribadire che buona parte della popolazione europea rimase in un lungo Medio Evo indistinto almeno fino al 1914: le malattie, la dura vita dei campi, la preminenza del magico e del sacro nella quotidianità, la vita comunitaria.
A mio avviso, i conflitti e gli scossoni interni che troviamo in Estremo Oriente sono una reazione alla modernità: la Cina e le sue convulsioni dai Taiping fino a Deng, il Giappone e la sua fase imperialista, la Corea e la sua frattura (una scissione psicoanalitica) con guerra di tre anni inclusa e l’Indocina con la sua guerra che ha fatto la storia dell’antimperialismo.
Noi stentiamo a capire la difficoltà di entrare nella “modernità”, perché vi siamo immersi e la superiamo nella “contemporaneità”.
Immaginate le periferie sporche e socialmente liminali di una città inglese nella metà degli anni ’10, gli uomini partono per il fronte: vanno in Francia. Li sperimenteranno la vita di trincea, alcuni cominceranno a fumare, altri a bere, altri torneranno con danni psicologici permanenti e altri ancora non torneranno mai a casa.
La guerra terminò e milioni di uomini tornarono alle loro vite come fantasmi: insonnia, attacchi di ira, allucinazioni, deliri, tossicodipendenza, ansia, depressione.
Avevano combattuto per dei Re (che in alcuni non erano più sul trono, scappati con gli ori di famiglia), erano uomini disillusi, con segni fisici e psicologici permanenti. Comparivano sulle strade sporche di una periferia di Nizza, Manchester, Milano, Praga e trovavano i figli cresciuti che non li riconoscevano. Senza parlare entravano in casa, le famiglie felici di rivederli e loro, a milioni, con lo sguardo perso nel nulla, forse a rivivere un momento di quella lunga e interminabile trincea.
Il “moderno” nella micro-storia non esiste, è più cosa di statisti, economisti e teologi, mentre quegli uomini passarono in pochi anni da un mondo contadino o da una città ancora divisa per quartieri di provenienza regionale a un mondo nuovo: nuove genti da tutto il mondo, nuovi lavori, nuove malattie (la spagnola), donne libere, nuovi governi (tante repubbliche) e nuove idee (il fascismo, il comunismo sovietico, la socialdemocrazia).
Tuttavia, infondo agli occhi di milioni di uomini di tutta Europa rimase uno sguardo vuoto, il mondo cambiava e loro rimanevo in quella trincea simbolo del nichilismo.
Iniziavano gli anni ’20 con la musica che arriva da Oltreoceano, erano danze frenetiche che in Germania trovavano tanti estimatori. Il gusto estetico della pubblicità e della borghesia si spostava su donne scheletriche, magre, con i capelli alla garconne e tutti ballavano, tutti volevano dimenticare la carneficina passata (e forse non vedere la prossima).
La gente riprendeva a vivere. Freud giocava a carte con gli amici, altri ascoltavano la musica americana, qualcuno cominciava ad ascoltare i suoni degli afroamericani e poi il cinema, la radio, l’avvio dello studio dell’astrofisica e le ideologie, un’ubriacatura infinita di nuove idee e scoperte. Un grande Gatsby generale per i più ricchi, un “la ricreazione è finita” dopo i bienni di proteste e tentate rivoluzioni per operai e contadini.
L’epoca del nichilismo e della libertà era agli albori.

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