Il risveglio inquieto del mondo sunnita tra alleanze impossibili e necessità storica

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La guerra in Iran spinge Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Pakistan verso un coordinamento inedito. Non è un’alleanza, ma una risposta alla pressione geopolitica e al declino dell’influenza americana.

Il risveglio inquieto del mondo sunnita*

C’è un dato che sfugge alla narrazione lineare con cui si racconta la guerra in Iran: mentre si osserva lo scontro diretto, sotto traccia si muove qualcosa di più profondo. Non riguarda le grandi potenze, ma quelle medie. Non i blocchi consolidati, ma le geometrie variabili.

Il mondo sunnita, storicamente frammentato e competitivo, si scopre improvvisamente sotto pressione. E quando la pressione aumenta, anche le incompatibilità iniziano a negoziare.

Nelle ultime settimane, sono emerse indiscrezioni su contatti tra Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Pakistan. Non un’alleanza, almeno per ora. Non una “NATO islamica”, come qualcuno superficialmente suggerisce. Piuttosto, un tentativo di coordinamento minimo tra attori che fino a ieri si guardavano con sospetto. Il motivo è semplice: il contesto è cambiato.

Attacchi iraniani, presenza militare americana fuori controllo locale, espansione strategica israeliana e instabilità energetica stanno ridefinendo gli equilibri. E chi fino a ieri poteva permettersi di competere, oggi è costretto a riflettere su interessi comuni.

Quattro potenze, quattro ambiguità

Il blocco potenziale conta circa 400 milioni di persone. Ma il numero, da solo, dice poco. Ciò che conta è la composizione. Il Pakistan è una potenza nucleare con circa 160-200 testate. Ha rapporti stretti con l’Arabia Saudita, tensioni storiche con l’India e un conflitto aperto con l’Afghanistan. Intrattiene legami solidi con la Cina e, al tempo stesso, ospita una significativa minoranza sciita. Un attore complesso, oscillante tra più direttrici.

La Turchia è formalmente nella NATO, ma da tempo conduce una politica estera autonoma. Possiede uno degli eserciti di terra più rilevanti della regione, mantiene relazioni ambigue con l’Iran e coltiva legami con il Qatar e ambienti vicini ai Fratelli Musulmani. Non esattamente il profilo di un alleato prevedibile.

L’Egitto rappresenta il polo opposto: nemico storico dei Fratelli Musulmani, legato militarmente agli Stati Uniti, ma al contempo diffidente verso l’espansione israeliana e preoccupato per la marginalizzazione nei nuovi corridoi economici.

Infine, l’Arabia Saudita. Il vero epicentro. Custode dei luoghi sacri dell’Islam, leader delle monarchie del Golfo, nodo energetico globale. E oggi, paradossalmente, uno degli attori più esposti.

Riad si trova in un dilemma strategico classico: alleato storico di Washington, ma sempre meno ascoltato. Colpito indirettamente dalla guerra, ma incapace di controllarne le dinamiche. Avvicinatosi a Teheran nel 2023 grazie alla mediazione cinese, ma ancora intrappolato in una rete di alleanze contraddittorie.

E soprattutto: consapevole che i grandi progetti infrastrutturali – dalle pipeline alla cosiddetta “Via del Cotone” – rischiano di finire sotto controllo altrui, in particolare israeliano.

Tra convergenze e diffidenze

Le convergenze esistono, ma sono fragili. Tutti questi attori condividono una preoccupazione crescente per la propria marginalizzazione strategica. Tutti osservano con inquietudine l’imprevedibilità delle mosse americane. Tutti iniziano a interrogarsi sul costo di un allineamento automatico. Ma le divergenze restano profonde.

Turchia ed Egitto hanno visioni opposte sull’islam politico. Arabia Saudita e Qatar competono per l’influenza regionale. Il Pakistan è vincolato da equilibri asiatici che complicano qualsiasi proiezione mediorientale.

Con queste premesse, parlare di alleanza è prematuro. Più realistico è parlare di coordinamento opportunistico. Eppure, la pressione degli eventi potrebbe cambiare le priorità. Quando il rischio sistemico aumenta, le differenze ideologiche tendono a passare in secondo piano. Non scompaiono, ma si sospendono.

Il fattore esterno: reputazione e potere

C’è poi un elemento che raramente viene considerato: la reputazione. Il comportamento di Washington negli ultimi anni – decisioni unilaterali, oscillazioni strategiche, gestione caotica delle crisi – ha prodotto un danno reputazionale significativo. E la reputazione, in geopolitica, è un capitale.

Quando diminuisce da una parte, cresce altrove. Non è un caso che Pechino abbia potuto mediare il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran nel 2023. Non per altruismo, ma per opportunità. E oggi, mentre gli Stati Uniti appaiono meno prevedibili, la Cina si propone come attore stabile.

Questo spostamento di percezione influisce anche sulle scelte dei paesi sunniti. Non determina automaticamente nuove alleanze, ma apre spazi di manovra.

Un equilibrio instabile

Il punto centrale è che non siamo di fronte a una nuova architettura già definita, ma a un processo in formazione. Un tentativo di adattamento a un mondo che cambia più velocemente delle categorie con cui lo si interpreta.

La geopolitica contemporanea non può più limitarsi alle grandi potenze. Deve considerare anche questi livelli intermedi, dove si giocano dinamiche decisive. E qui emerge il paradosso finale.

Il mondo sunnita, per decenni diviso, si scopre oggi costretto a dialogare non per affinità, ma per necessità. Non per costruire un progetto comune, ma per evitare di subirne uno altrui. Resta da vedere se questa necessità sarà sufficiente a superare diffidenze storiche. O se, come spesso accade in quella regione, l’unità resterà un’ipotesi e la competizione tornerà a prevalere.

* Questo articolo riprende alcune ipotesi e riflessioni di Pierluigi Fagan

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