Il pretesto per allargare il conflitto in corso è ricercato minuziosamente. Il peggio è che tutto accade tra gli applausi festanti dei cittadini/consumatori.
Il pretesto per allargare il conflitto
Nella storia degli Stati Uniti la guerra viene predisposta attraverso pretesti. Ovvio si potrà dire, è sempre un pretesto che ha scatenato i conflitti. La differenza è che i pretesti nel caso nordamericano sono stati sempre artefatti. Rammendati a tavolino.
Gli Stati Uniti nella loro follia guerrafondaia hanno dovuto dotarsi di alibi morali. Nella loro missione di presentarsi come gli scudieri della libertà. Del loro libertarismo totalitario.
L’unica eccezione furono Hiroshima e Nagasaki. In quel caso le giustificazioni non si potevano confezionare. Quell’orrore fu dimenticato, anestetizzato, perché le seconda guerra mondiale fu racchiusa in un unico orrore, l’Olocausto. Ma l’orrore atomico rimane vivo seppur deflazionato agli occhi occidentali.
Oggi il pretesto per allargare il conflitto in corso è ricercato minuziosamente. Il peggio è che tutto accade tra gli applausi festanti dei cittadini/consumatori. Idealmente trasformati in ascetici guerrieri inconsapevoli, che trattano l’avvicinamento alla distruzione con la leggerezza tipica dell’ottimista performante impegnato ad applicare schemi valutativi sul rendimento della propria scaltrezza evolutiva.
Quella razionalità contabile che non viene raccolta in adunate oceaniche a favore delle armi, ma che si riduce in una passività accondiscendente. In una sorta di managerialità asfissiante.
La democrazia senza il riconoscimento della conflittualità sociale è un guscio vuoto. Destano perplessità quei tentativi – seppur illuminati – attraverso i quali si è cercato di immaginare una formalità giuridica a quella che Rosanvallon chiama contro-democrazia.
La sostanza della democrazia difatti, dato che si incentra sulla conflittualità, può assumere forme e spontaneità variegate. L’importante è dotare di forza intrinseca la pressione che si deve esercitare sui governanti. Solo così la democrazia potrà essere ri-politicizzata. Pressioni che dovrebbero mirare alla conquista dello Stato e non del Governo.
L’attualità della Guerra impone una rapida ripresa di quella conflittualità politica e sociale. Che non può non essere di massa. Fuori da schematismi rigidi è l’ora di assecondare la nascita di un movimento di massa contro la guerra. Con la sensibilità antropologica dei nostri tempi che non contempla un consapevole orizzonte socialista. Ma è in quel contesto che va riproposto.
La lotta per l’egemonia è lunga, tortuosa e accidentata perché la mentalità neo-liberale, nel tempo, ha condizionato anche chi vorrebbe combatterla. Ma la guerra è qui, dietro l’angolo. E va fermata.

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