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Il mondo che cambia: questo sarà un secolo asiatico?

Cina, India, ASEAN e Giappone costituiscono alcuni dei maggiori poli economici e demografici mondiali: soft power, capacità di raggiungere l’immaginario e modificarlo rendono l’immaginario asiatico sempre più centrale..

Questo sarà un secolo asiatico?

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita economica e del peso geopolitico del continente asiatico.

I successi cinesi (strappare 900 milioni di persone dalla povertà; mandare una missione tripla su Marte o esplorare con un lander il lato nascosto della Luna – impresa paragonabile al primo uomo sulla Luna in termini tecnici) sono solo piccola parte di questo sommovimento.

L’India ha superato la Cina per numero di abitanti e l’Asia complessivamente si riconferma come continente più popolato.

Cina, India, ASEAN e Giappone costituiscono alcuni dei maggiori poli economici e demografici mondiali.

I bambini degli anni ’80, come me, ricorderanno benissimo il predominio della cultura nipponica in tv e non solo: arti marziali, film su saggi maestri zen che istruiscono giovani nerd americani, cartoni con fantasmi nipponici e robot ad energia nucleare (buona però, per rielaborare il grande trauma delle due bombe atomiche).

Soft power insomma, capacità di raggiungere l’immaginario e modificarlo. Capisco bene, perché gli USA avessero paura di questi samurai visionari di fine millennio.

Per non parlare del successo che i nuovi movimenti religiosi giapponesi, tibetani o indiani hanno da decenni in Occidente. Spaziamo su personalità completamente diverse tra loro, dai Beatles agli ex brigatisti, dai seguaci di Osho, fino ai moderni adepti della Soka Gakkai; rimane un comune substrato culturale e mentale genericamente asiatico (questa è la coda lunga dell’estensione delle teorie indiane su Dharma, samsara e nirvana al resto dell’Asia, tra il quarto e l’ottavo secolo dopo Cristo, e ora al resto del mondo).

Nella mia fascia d’età tutti abbiamo avuto almeno un amico appassionato di Giappone, manga o che ha studiato giapponese.

Tralascio la diffusione dei corsi di yoga (con o senza caprette), della meditazione trascendentale o di mantra tuttofare in un giapponese-cinese medievale ripetuti a meccanicamente.

La cucina asiatica (o un suo surrogato adattato ai palati occidentali) è sbarcata da anni tra noi; dove per asiatica si intende la cucina turca, libanese, indiana, cinese, vietnamita, coreana, il sushi.

Il turismo negli Emirati Arabi, in Thailandia o Laos è ormai più gettonato delle brulle città statunitensi in crisi esistenziale (e di astinenza, data la pandemia USA per la dipendenza da oppiacei).

In un sondaggio online su chi avrebbe raggiunto per primo Marte, per i votanti l’ordine è stato:
– Un’azienda privata (Elon Musk)
– la Cina
– Terzi, gli Stati Uniti.

L’uomo medio nel mondo è maschio, cinese e poco più che trentenne, inutile dirlo, parla cinese mandarino e mangia riso.

I nomi di origine islamica stanno scalzando i nomi nativi nei reparti nascita di mezza Europa e intanto crescono le modo dei manga e dei romanzi asiatici, si moltiplicano gli immigrati europei in Asia e gli studenti di lingue orientali, i nostri governi isterizzano davanti agli Istituti Confucio (amati da chi li frequenta).

Lasciamo stare i movimenti diplomatici cinesi in area islamica che hanno riappacificato rivali storici (che con l’egemonia USA sembravano destinati a una rivalità fratricida eterna).

Oggi scopriamo che la rivalità sciiti-sunniti è stata sfruttata ampiamente, dalle potenze coloniali prima e dagli USA dopo, per fomentare divisioni e instabilità nel mondo arabo (e per vendere armi).

Ci piaccia o no, sembra proprio che questo sarà un secolo (l’ennesimo nella storia umana) asiatico.

Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni

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Gabriele Germani
Gabriele Germani
Roma, 1986. Laureato in Storia contemporanea e Psicologia, con Master in Geopolitica. Lavora nell’ambito pedagogico-educativo. Si occupa da anni dei rapporti tra il Sud e il Nord del mondo, con le lenti del neo-marxismo, della teoria della dipendenza, del sistema-mondo e dell’Eurasia. Con questa prospettiva ha pubblicato negli anni, alcuni libri e articoli di storia e antropologia, in particolare sull’America Latina. Riferimenti bibliografici: Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni di Gabriele Germani (Autore), Anthology Digital Publishing, 2022. Ha inoltre in pubblicazione con Kulturjam Edizioni: una raccolta di riflessioni su BRICS e mondo multipolare, con introduzione di Gianfranco La Grassa e con Mario Pascale Editore un testo sulla politica estera italiana durante la II Repubblica. Cura un micro-blog sul suo profilo Facebook (a nome “Gabriele Germani”) e un Canale Telegram sempre a nome “Gabriele Germani” (t.me/gabgerma). Dirige inoltre il Podcast “La grande imboscata” su attualità, geopolitica e cultura su varie piattaforme.

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