Schiacciati dalla propaganda che sovrintende al morale di un paese in guerra a sua insaputa, i pacifisti in piazza sono accusati di indifferenza o di sostenere Putin. Ma la storia di questi anni ci dice esattamente il contrario.
I pacifisti in piazza e la propaganda di guerra
La stampa italiana e il palazzo politico hanno ignorato completamente la grande manifestazione per la pace di sabato, dove per “pace”, molto semplicemente, per i campioni delle forzature interpretative, s’intende il concentrare gli sforzi della comunità internazionale su ogni iniziativa diplomatica per far cessare la guerra, e non prodigarsi con l’invio di armi al fronte.
Ma invece i guerrafondai da tastiera, con l’appoggio dei media con l’elmetto in testa (come l’inviata di LA7 che qualche giorno si collegava in assetto da guerra parlando concitatamente da un parcheggio mentre alle sue spalle si vedevano persone che camminavano tranquillamente con le buste della spesa tra le mani) vogliono convincerci che il Paese è interventista quanto e più del pugnace Riotta, che pubblica direttamente su repubblica la lista degli italiani “amici di Putin”, in cui mancavano solo gli indirizzi di casa.

L’informazione generale è infarcita di pornografia dei sentimenti ma non da alcuna notizia: gli inviati sono appostati in stazioni, alberghi e si limitano a intervistare povera gente che scappa dalle bombe e chiede loro: “Signora, cosa prova?”. E cosa si può provare?!
Tutto ciò ha ben poco a che fare con l’informazione ma appare più un modello “orwelliano” da Ministero della Propaganda che sovrintende al morale di un paese in guerra a sua insaputa.
Tutto questo si riversa inevitabilmente su tutte quelle persone che hanno il torto di fermarsi un istante a ragionare su quello che sta accadendo e che si trovano immediatamente col dito puntato contro, accusati di “vigliaccheria” o di essere direttamente fiancheggiatori dell’invasione russa.
Quel che volutamente si strumentalizza è che, un conto è ragionare sulla geopolitica e uscire dalle logiche della propaganda, della narrazione di guerra a senso unico, che è quello che si prova a fare, un altro è “appoggiare” qualcuno o essere “indifferenti” come citano a sproposito e male gli opportunisti guerrafondai di casa nostra.

Chi è per la pace, lo fa ragionando. E soprattutto, lo è sempre.
I pacifisti in piazza sono forse tra i pochi che in questi anni hanno denunciato il problema dell’autoritarismo di Putin.
Io me la ricordo la manifestazione per la pace del 2003 contro la guerra in Cecenia. E mi ricordo le fiaccolate in memoria di Anna Politkovskaja, la giornalista uccisa per aver indagato su quello che accadeva in quella regione martoriata.
Così come mi ricordo di Andrea Rocchelli e Andrej Mironov, giornalisti freelance, uccisi volontariamente dalle milizie nazionaliste di Kiev, come le inchieste hanno poi svelato, a colpi di mortaio il 24 maggio 2014 in Ucraina, alla periferia della città di Sloviansk, mentre documentavano i massacri nel Donbass, ignorati da quello stesso sistema mediatico che ora accusa i pacifisti di “indifferenza”.
In quei casi, dov’erano tutti quelli che ora si agitano, come ad esempio il senatore di Rignano Flaminio e tutto il suo “giglio magico”, con l’ineffabile portavoce Luciano Nobili, che ora danno patenti di “libertà”?
Ah, si, era a Mosca per fare affari nel consiglio di amministrazione della Delimobil.
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