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Governo Meloni, una manovra senza futuro: sanità magra, armi robuste

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La manovra 2026 conferma una linea restrittiva: avanzo primario all’1,3%, sanità ferma al 6,4% del PIL, spesa militare in aumento reale. Tagli e sgravi regressivi deprimono crescita e Mezzogiorno, senza ridurre il debito né rilanciare salari e investimenti.

La manovra che sottrae futuro: conti in ordine, Paese fuori asse

La legge di Bilancio per il 2026 continua a essere difesa come un esercizio di responsabilità, quando in realtà appare come l’ennesima prova di un’idea di economia pubblica ridotta a pura contabilità. I numeri, a ben guardare, parlano chiaro: una manovra da 22 miliardi, tra le più contenute degli ultimi anni, che non solo non inverte la rotta recessiva già tracciata, ma la consolida. Prudenza, certo. Ma verso chi? Non verso il sistema produttivo, né verso i territori più fragili, né tantomeno verso i servizi pubblici essenziali.

Il cuore dell’impianto è rappresentato dall’avanzo primario previsto per il 2026, pari all’1,3% del PIL. Tradotto in termini meno asettici: lo Stato continuerà a prelevare dall’economia più risorse di quante ne reimmetta. Una scelta che, in una fase di crescita debole, equivale a un freno deliberato alla domanda interna. Non è una novità, ma la sua reiterazione produce effetti cumulativi, soprattutto sul piano territoriale. L’esperienza degli ultimi quindici anni mostra come le politiche restrittive colpiscano in modo sproporzionato il Mezzogiorno, già penalizzato da minori investimenti e da una struttura produttiva più vulnerabile. Anche questa manovra non fa eccezione: il divario tra Nord e Sud è destinato ad ampliarsi ulteriormente.

Sanità magra, armi robuste

Sul fronte della spesa pubblica, il confronto tra sanità e difesa è istruttivo. Alla sanità vengono destinati 2,4 miliardi aggiuntivi, a fronte di una spesa complessiva che nel 2025 si aggira intorno ai 140 miliardi. Con un’inflazione attorno al 2%, l’aumento è poco più che nominale: non copre né l’inflazione corrente né quella accumulata negli anni precedenti. In termini reali, il Servizio sanitario nazionale resta fermo, mentre il suo peso sul PIL si assesta al 6,4%, tornando ai minimi del periodo post-2008 e restando ben al di sotto della media europea, che supera l’8%.

La spesa militare, al contrario, cresce in modo netto: +1,1 miliardi, pari a un incremento del 3,5% rispetto al 2025. Dai 31,3 miliardi si passa a 32,4 miliardi nel 2026, con un aumento reale che supera l’inflazione. È una scelta politica, non un accidente contabile. E indica con una certa chiarezza quali capitoli siano considerati comprimibili e quali, invece, intoccabili.

Debito, tasse e illusioni redistributive

La strategia restrittiva non produce nemmeno i risultati promessi sul piano della finanza pubblica. Secondo il Documento Programmatico di Finanza Pubblica 2025, il rapporto debito/PIL salirà dal 136,2% nel 2025 al 137,4% nel 2026, per poi scendere solo marginalmente negli anni successivi. Dopo anni di tagli a sanità, istruzione e università, il debito resta dov’è. Il paradosso è noto: politiche che deprimono la crescita finiscono per peggiorare proprio l’indicatore che dovrebbero migliorare.

Sul lato delle entrate, il taglio dell’IRPEF viene presentato come una misura espansiva, ma la riduzione dell’aliquota dal 35 al 33% favorisce soprattutto i redditi superiori ai 50 mila euro. L’effetto redistributivo è regressivo e, in un contesto di avanzi primari e vincoli stringenti, la riduzione del gettito rischia di tradursi in ulteriori tagli ai servizi. L’idea che i salari possano crescere per via fiscale, senza interventi diretti sul lavoro e sulla contrattazione, resta una suggestione priva di fondamento: i salari aumentano se aumentano i salari, non se si assottiglia il perimetro dello Stato sociale.

L’ultimo intervento a favore delle imprese — 3 miliardi aggiuntivi — non cambia il quadro. In particolare, l’incremento di circa 600 milioni del credito d’imposta per la ZES unica è finanziato attingendo al Fondo per lo sviluppo e la coesione, sottraendo risorse a servizi e infrastrutture nel Mezzogiorno. Inoltre, le maggiori agevolazioni premiano in larga parte investimenti già realizzati, riducendo i costi e aumentando i profitti, senza generare nuova capacità produttiva né occupazione aggiuntiva.

L’assenza di un vero piano di investimenti pubblici per il Sud appare come una scelta precisa, non come un vincolo inevitabile. Il caso delle Acciaierie d’Italia lo dimostra. Dopo il fallimento dei tentativi di privatizzazione, la nazionalizzazione torna sul tavolo come unica opzione credibile. Un intervento pubblico, con risorse stimate tra i 7 e i 9 miliardi, consentirebbe di affrontare insieme salute, ambiente e lavoro, avviando la riconversione verso i forni elettrici e mantenendo il controllo pubblico dell’impianto. L’alternativa è la chiusura, con conseguenze sociali ed economiche devastanti per Taranto e per l’intero sistema industriale nazionale.

La manovra 2026 rivela così una gerarchia di priorità coerente con i vincoli europei e con gli indirizzi geopolitici dominanti: compressione del welfare, sostegno selettivo ai profitti privati, crescita reale della spesa militare. Un’impostazione che sacrifica coesione sociale e sviluppo di lungo periodo in nome di una stabilità apparente.

Cambiare rotta non è un vezzo ideologico, ma una necessità politica: investimenti pubblici, redistribuzione progressiva e tutela dei diritti sociali non sono costi da contenere, bensì condizioni minime di una società che voglia ancora definirsi tale.

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