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Berlino rompe col passato: +3,5% alle pensioni, assegno minimo garantito e fondo da 200 miliardi per i più deboli. Un cambio di rotta storico che abbandona l’austerità e rilancia lo Stato, mentre l’Italia resta ancorata al rigore.
Berlino cambia rotta: pensioni in crescita e nuovo fondo sociale
Dalla stretta dell’austerità a un piano di sostegno da 200 miliardi
La Germania compie un passo deciso verso politiche sociali più inclusive. Il governo guidato da Friedrich Merz ha approvato un aumento del 3,5% delle pensioni, accompagnato dall’introduzione di un assegno minimo garantito.
Misure che, già di per sé, segnano un cambiamento significativo, ma che si inseriscono in un disegno più ampio: la creazione di un fondo di solidarietà da 200 miliardi di euro, operativo tra dieci anni, destinato a sostenere i ceti sociali più fragili.
Queste iniziative, considerate un’inversione di rotta rispetto alle politiche del rigore finanziario degli ultimi decenni, non hanno raccolto applausi unanimi.
In Italia, ad esempio, la Repubblica ha bollato l’intervento come un “lusso” che Berlino si starebbe concedendo, in contrasto con le regole e le prassi che in passato la stessa Germania aveva difeso con fermezza.
Dal dogma dell’austerità al “burro e cannoni”
La Germania aggira il Patto di stabilità per investire anche nel welfare
Il mutamento di linea è legato alla decisione di attivare la cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale, che consente deroghe al Patto di stabilità europeo. In pratica, Berlino si autorizza a superare i limiti imposti agli investimenti pubblici, giustificando la scelta con le esigenze legate al riarmo.
Tuttavia, Merz ha chiarito di non voler destinare tutte le nuove risorse a droni, carri armati e spese militari: una parte consistente andrà a migliorare le condizioni di vita dei cittadini tedeschi.
È in questo contesto che nasce l’espressione, ormai circolante negli ambienti politici berlinesi, di “burro e cannoni”: un approccio che bilancia le spese per la difesa con interventi a favore del welfare e della coesione sociale.
Il segnale politico è chiaro: la Germania si sta allontanando dal modello rigorista che, in piena era Merkel, era stato elevato a dogma e imposto come vincolo morale agli altri Stati membri dell’Unione.
Il nuovo obiettivo è stimolare la domanda interna e rafforzare l’economia nazionale, messa in difficoltà dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni commerciali con gli Stati Uniti, in particolare per via dei dazi voluti da Donald Trump.
Un cambio di paradigma che l’Italia ignora Roma ancorata all’ideologia del rigore
Il superamento dell’austerità in Germania dovrebbe far riflettere chi, in Europa, ha sempre presentato quelle politiche come necessarie e intoccabili. L’aspetto paradossale è che proprio il Paese che le aveva ideate e difese le sta ora accantonando, recuperando il ruolo centrale dello Stato nell’economia e adottando misure redistributive di ampia portata.
In Italia, però, il cambio di scenario sembra passare inosservato. Qui, l’austerità ha storicamente favorito il grande capitale, fornendo l’alibi perfetto per privatizzare servizi, ridurre la spesa pubblica e marginalizzare l’intervento statale.
Un modello che, nonostante i suoi effetti sociali regressivi, continua a godere di ottima reputazione anche in settori della sinistra legati al Partito Democratico, e persino tra certi ambienti radicali che confondono l’anarcolibertarismo con il marxismo.
La resistenza culturale al cambiamento è profonda: il merkelismo, con il suo approccio di rigore fiscale, resta un punto di riferimento per molti economisti “progressisti” italiani.
Intanto, la classe politica al governo – priva di una visione strategica e incline a subordinarsi agli interessi statunitensi – sembra più attenta a mantenere gli equilibri esistenti che a cogliere le opportunità di una stagione economica europea in trasformazione.
Il governo Meloni continua a mostrarsi incoerente rispetto alla ormai decaduta retorica sovranista. In materia energetica, ha prolungato la dipendenza dal gas liquefatto statunitense, più costoso di quello russo, e favorito nuove trivellazioni interne di scarsa resa, ignorando le rinnovabili. Sul piano internazionale, si è piegato senza riserve alle direttive NATO e alle pressioni di Washington, come dimostra l’allineamento automatico sulle sanzioni, pur dannose per l’industria italiana. L’incompetenza emerge nella gestione del PNRR, tra ritardi e rimodulazioni imposte da Bruxelles. Così, chi si proclamava “orgogliosamente italiano” finisce per difendere interessi altrui, a scapito di economia e sovranità.
Il caso tedesco dimostra che anche all’interno dell’Unione Europea è possibile rimettere al centro la giustizia sociale, senza rinunciare alla solidità delle finanze pubbliche. Berlino sta cercando di conciliare la sicurezza militare con il rafforzamento del welfare, rompendo un tabù che in Italia resta intatto.
La domanda, dunque, non è se la Germania potrà permettersi questa svolta, ma se gli altri Paesi, Italia compresa, avranno il coraggio di seguirla.

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