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La tregua a Gaza esiste solo sulla carta: centinaia di violazioni, infrastrutture distrutte e fame diffusa. Studi accademici denunciano una strategia deliberata contro la filiera alimentare. Sul piano diplomatico, il piano USA divide ONU e potenze globali.
Una tregua “di nome”, mentre Gaza continua a sanguinare
Il termine “tregua”, nelle definizioni classiche, indica una sospensione reale delle ostilità per consentire soccorsi, sepolture e negoziati. Nella realtà della Striscia di Gaza, però, la versione applicata dal governo israeliano ha assunto un significato radicalmente diverso.
I dati raccolti nelle ultime settimane parlano di centinaia di violazioni e di un numero crescente di vittime palestinesi, nonostante l’annuncio di un cessate il fuoco formale. Un evidenza che mette in discussione la credibilità stessa dell’accordo e apre interrogativi sulla volontà politica di contenerne gli effetti.
Nel frattempo, migliaia di civili sfollati continuano a sopravvivere grazie alle cucine solidali nel sud della Striscia, un’immagine che restituisce con durezza il quadro reale: la tregua non ha portato né sicurezza né stabilità, ma un conflitto a bassa intensità costante, che infierisce sul tessuto sociale già gravemente lacerato.
Violazioni sistematiche e silenzi internazionali
In Cisgiordania la situazione non appare meno critica. I continui attacchi da parte di gruppi estremisti israeliani contro civili intenti in attività quotidiane, come la raccolta delle olive, segnalano un clima di impunità crescente. Gli Stati Uniti, per la prima volta, hanno espresso una timida preoccupazione per le aggressioni dei coloni, con un intervento del Segretario di Stato che mette in dubbio la solidità stessa del cessate il fuoco.
Tuttavia, le parole giunte da Washington non sembrano sufficienti a influenzare la condotta del governo israeliano, che continua a considerare la pressione internazionale come un rumore di fondo privo di reali conseguenze.
Questo atteggiamento è favorito dal delicato equilibrio diplomatico tra Stati Uniti e mondo arabo: mettere seriamente in discussione la tregua significherebbe compromettere l’immagine di leadership americana nella regione e, allo stesso tempo, esporre Israele a un capovolgimento politico interno.
In questo contesto, Hamas ha per ora evitato risposte militari su larga scala, scelta che Tel Aviv interpreta come un vantaggio tattico per poter riprendere, al momento opportuno, operazioni ben più estese.
Il quadro generale è aggravato dal collasso dei servizi essenziali a Gaza. La popolazione continua a soffrire per la scarsità di acqua potabile, la compromissione delle infrastrutture e la fame diffusa. Nonostante il flusso di aiuti internazionali, l’accesso è spesso ostacolato da controlli, ritardi o veri e propri attacchi contro i convogli umanitari.
“Ingegneria della fame”: la denuncia degli studi accademici
Un recente studio pubblicato da Springer Nature ha delineato con precisione una strategia che va oltre il danno collaterale. Secondo la ricerca, la crisi alimentare nella Striscia non sarebbe una conseguenza accidentale della guerra, bensì il frutto di una pianificazione mirata, resa possibile dall’uso combinato di tecnologie avanzate.
Sistemi di puntamento basati su intelligenza artificiale, droni a elevata precisione e un apparato di sorveglianza capillare avrebbero contribuito a smantellare ogni segmento della filiera alimentare: dall’agricoltura alla pesca, dai panifici ai magazzini di stoccaggio.
Lo studio documenta inoltre il sabotaggio degli aiuti umanitari attraverso la sorveglianza biometrica, l’interdizione dei convogli e gli attacchi contro organizzazioni della società civile, comprese quelle delle Nazioni Unite. L’obiettivo implicito sarebbe quello di trasformare l’accesso al cibo in un rischio mortale, colpendo intenzionalmente civili durante la distribuzione degli aiuti.
Parallelamente, gli Stati Uniti hanno presentato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU un piano per stabilizzare la tregua. Le proposte includono una forza internazionale arabo-islamica, una gestione ad interim della Striscia affidata a una governance tecnocratica palestinese e la creazione di un “Board of peace”, organismo consultivo a forte impronta statunitense. Il ritiro delle truppe israeliane e il disarmo di Hamas rappresentano i punti più controversi, soprattutto per l’assenza di un calendario preciso.
Russia e Cina hanno contestato vari aspetti del progetto, giudicando il meccanismo decisionale troppo sbilanciato sulle posizioni americane e chiedendo un coinvolgimento più chiaro dell’Autorità Nazionale Palestinese. Nonostante alcune aperture da parte di vari Paesi arabi, la proposta rischia di rimanere paralizzata dal gioco dei veti incrociati.
La prospettiva di un compromesso appare complessa. Israele non sembra incline a limitare la propria libertà operativa e gli Stati Uniti potrebbero tentare, come già accaduto in passato, di procedere al di fuori dell’ombrello ONU tramite una “coalizione di volenterosi”.
Nel frattempo, per la popolazione di Gaza, la tregua continua a essere un concetto puramente teorico, distante dalla quotidianità segnata da fame, insicurezza e lutto.

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