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Il 1° giugno l’Etiopia vota con opposizione in esilio, tre regioni escluse e un premier già vincitore annunciato. Intanto Addis Abeba accelera le riforme valutarie con il rischio concreto di fuga di capitali.
Etiopia al voto in un paese ancora in guerra
Il primo giugno l’Etiopia andrà alle urne. Sulla carta, una democrazia che funziona: 23 partiti registrati, 49.000 seggi elettorali distribuiti su oltre un milione di chilometri quadrati, un budget di 10 miliardi di birr — circa 64 milioni di dollari — stanziato per garantire il voto.
Nella realtà, un esercizio di legittimazione formale per un premier che nel 2021 aveva già conquistato 485 dei 502 seggi contestati, e che si avvia alla riconferma in un contesto in cui buona parte dell’opposizione reale è in esilio, in carcere o impegnata in movimenti armati.
Abiy Ahmed, Nobel per la Pace 2019 per l’accordo con l’Eritrea, governa un paese che non ha mai smesso di combattere. Il conflitto nel Tigray — che ha prodotto una delle crisi umanitarie più gravi del decennio con stime di vittime che superano le centomila — si è concluso con un accordo di pace nel 2022, ma le regioni dell’Oromia e dell’Amhara restano teatro di scontri armati attivi.
In 30 delle 137 circoscrizioni dell’Amhara il voto è già stato annullato prima ancora di iniziare. Nel Tigray non si voterà affatto. Un’elezione nazionale in cui tre delle regioni più popolose e politicamente rilevanti del paese partecipano in forma ridotta o non partecipano è, tecnicamente, un’elezione. Definirla competitiva richiede una certa elasticità semantica.
Opposizione in esilio e partiti satellite: l’architettura del consenso controllato
I 23 partiti registrati esistono, ma la maggior parte intrattiene rapporti di prossimità con il Partito della Prosperità di Abiy che rendono difficile parlare di alternanza reale. Le voci critiche più credibili si esprimono dall’estero o attraverso le armi, non attraverso le urne. È il modello classico del autoritarismo elettorale contemporaneo: mantenere le forme procedurali della democrazia — campagna, seggi, scrutinio — svuotandole della sostanza competitiva che le renderebbe significative. La comunità internazionale può certificare il processo; il risultato è già scritto.
Riforme valutarie e fuga di capitali: l’altra emergenza di Addis Abeba
Mentre il paese si prepara al voto, il governo accelera simultaneamente una riforma profonda del sistema dei cambi valutari, decentralizzando il commercio transfrontaliero verso gli istituti di credito commerciali per velocizzare le transazioni internazionali. L’obiettivo dichiarato è attrarre investimenti esteri e modernizzare un sistema finanziario storicamente rigido e controllato centralmente. Il rischio concreto, segnalato dagli osservatori del settore, è duplice: da un lato, esporre le banche commerciali — spesso prive degli strumenti di compliance adeguati — a rischi significativi di criminalità finanziaria; dall’altro, aprire canali attraverso cui capitali privati possano lasciare il paese in forma difficilmente tracciabile.
La fuga di capitali in un’economia già sotto pressione per i costi del conflitto e la dipendenza dagli aiuti internazionali rappresenterebbe un danno strutturale che nessuna riforma valutaria potrebbe compensare facilmente. Addis Abeba sembra consapevole del rischio ma determinata ad accelerare comunque, nella scommessa che l’apertura finanziaria produca nel medio termine più benefici che danni. È una scommessa comprensibile. Non è detto che sia vincente.
Il quadro complessivo è quello di un paese che gestisce simultaneamente tre crisi distinte — militare, politica ed economica — con strumenti parziali e in un contesto in cui la pressione internazionale si esercita più sul processo elettorale formale che sulle condizioni sostanziali che lo rendono credibile. Abiy Ahmed vincerà le elezioni del primo giugno. La domanda più interessante non è se, ma cosa succederà dopo.

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