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mercoledì, Agosto 10, 2022

La crisi c’è già, che Draghi resti o si dimetta. E a pagare saranno i soliti “fessi”

“Se Draghi non rimane ci sarà la crisi economica”, sostiene il circo mediatico a reti unificate.
In realtà, la crisi economica c’è già e non dipende certo dalle dimissioni del premier.

La crisi c’è già, che Draghi resti o vada

L’emergenza economica causata dal Covid aveva già causato una grave contrazione dell’economia e poi una esplosione dei prezzi delle materie prime.

Ma le folli sanzioni imposte alla Russia – approvate pure con grande entusiasmo dal governo Draghi – hanno gettato tonnellate di benzina sul fuoco (del resto, le sanzioni che fanno davvero “male” alla Russia sono quelle che concernono la tecnologia).

Dato che attualmente non è realistico (purtroppo) che l’Italia possa sganciarsi dalla Nato, più che la questione dell’invio delle armi all’Ucraina (non si sa quante e quali siano state inviate dall’Italia – perché il governo Draghi, a differenza dei governi degli altri Paesi occidentali, non ha nemmeno voluto fare chiarezza su questo – ma certo contano assai poco rispetto a quelle inviate dall’America o dalla Gran Bretagna) decisiva era, infatti, la questione delle sanzioni, i cui effetti per il nostro Paese e altri Paesi europei , soprattutto la Germania, rischiano di essere disastrosi.

Si è preferito invece seguire ciecamente le direttive strategiche della Casa Bianca, infischiandosene delle conseguenze per il popolo italiano, anche perché si sa che a pagare il conto saranno i soliti “fessi”, non certo gli “amici degli amici”.

Per di più si è giustificata questa politica demenziale trattando una questione così complessa come quella ucraina come si faceva una volta alle elementari, ossia segnando sulla lavagna i buoni da una parte e i cattivi dall’altra.

I “competenti” per quanto concerne una questione così complessa come quella ucraina sarebbero, infatti, pennivendoli, influencer, nani, ballerine, saltimbanchi, guitti e buffoni di ogni specie, secondo i quali per spiegare le cause di questa guerra basta distinguere tra aggredito e aggressore, con buona pace di Tucidide e di coloro che ancora si interrogano sulle cause della guerra del Peloponneso.

In gioco ci sarebbero però i valori della “democrazia”, quella – s’intende – senza demos, ossia i “valori” del capitalismo predatore occidentale e della middle class (sedicente) cosmopolita, che l’America e la Nato proteggono contro tutto quel mondo che non è più disposto a tollerare l’ipocrisia e la prepotenza dell’Occidente, che con l’arroganza e la protervia che lo contraddistinguono si definisce pure “comunità internazionale”.

Non si deve però credere che gli “Arconti” dell’Occidente siano così sprovveduti da non rendersi conto che le sorti del capitalismo predatore occidentale dipendono ormai soprattutto dalla capacità dell’America, benché con l’aiuto dei suoi vassalli, di continuare a svolgere il ruolo di gendarme dell’ordine mondiale. E sotto questo aspetto il complesso militare-industriale conta perfino più della finanza.

Tuttavia, ci si dimentica che le armi “decisive” dell’Occidente (che non sono certo quelle dei fucilieri!) in pratica sono tutte armi a doppio taglio (e questo vale non solo per le armi da guerra).

Del resto, anche la potenza, superati certi limiti, come gli antichi Greci sapevano, rischia di mutarsi in impotenza, sempre che non si pensi che la strategia migliore sia quella di Sansone.

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Fabio Falchi
Fabio Falchi
Saggista e ricercatore indipendente. Tutte le sue pubblicazioni: https://independent.academia.edu/Ffalchi

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