Luigi Di Maio entra a pieno titolo nel Pantheon degli alfieri della banalità, trombettieri de “i valori occidentali”, “la governabilità”, “il prestigio internazionale”, “la reazione dei mercati”.
L’elogio della banalità
Luigi Di Maio entra a pieno titolo in quel Pantheon caratteristico della Seconda Repubblica, quella che ha spoliticizzato la politica.
Composto da avventurieri di stagione, decisivi e centrali per lo spazio di un mattino. Fini, Mastella, Alfano e tanti altri. Per arrivare al capolavoro. Matteo Renzi dall’alto del suo 1%.
Per assurgere a questo delicatissimo ruolo, essenziale sarà ripetere a pappagallo tutta una serie indefinita di banalità. La “liberaldemocrazia“, “i valori occidentali”, “la governabilità”, “il prestigio internazionale”, “la reazione dei mercati”, “la competenza”. Atlantismo ed europeismo.
Slogan buttati lì, senza alcun senso logico apparente, che nascondono al contrario una precisa vocazione ideologica che ha un preciso mandato. Corrompere la democrazia. Politica ed economica. Per aggiustare la vita ai paperoni.
Questi capitani di ventura godono di iper-visibilità. Improvvisamente sfornano libri, ospitate eccellenti, monologhi comodi in televisione, per poi, quando l’obsolescenza programmata li colpirà, offrirsi nel campo largo della tuttologia.
La mediocrità è un tratto essenziale delle personalità chiamate a governare il vuoto, calzante espressione di Peter Mair. Riproduce a titolo esemplificativo quella caratterialità richiesta oggi per l’impiego.
Accondiscendenza spiritosa, positività propositiva, entusiasmo acritico, marketing di sé stessi. Tante tisane. E una Rete influente nella quale dispensare sorrisi e buoni rapporti con la bella gente.
Tutto questo varrà editoriali agiografici sul Corriere della Sera e nientedimeno che un bel gruppo parlamentare. A sostegno di Draghi e dei Mercati.
Perché qualcuno è troppo poco atlantista. O europeista. Che non è proprio la stessa cosa. Ma per la cantilena ispirata alla banalizzazione del presente sì.
Conferenza stampa Di Maio
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