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martedì, Luglio 5, 2022

I numeri sulle dimissioni volontarie, pretesto per l’ennesimo attacco al Reddito di cittadinanza

La causa delle dimissioni volontarie dal lavoro non è il Reddito di cittadinanza ma l’alto tasso di sfruttamento che rende invivibili le condizioni di lavoro. I contratti di lavoro a perdere hanno reso possibile questa situazione.

Di Federico Giusti*

La parabola inquisitoria padronale sulle dimissioni volontarie

La notizia delle dimissioni volontarie, nel 2021, di due milioni di lavoratori/trici ha dato il pretesto alle associazioni datoriali per una nuova offensiva contro il Reddito di cittadinanza e per opporsi all’aumento dei salari.

In estrema sintesi: se tanto numerose sono le dimissioni volontarie, la responsabilità, per i padroni, è del Reddito di cittadinanza e di normative in materia di lavoro con eccessive tutele individuali e collettive.

È invece vero l’esatto contrario e sulla portata delle dimissioni volontarie potremmo aprire un dibattito infinito, non prima di avere evidenziato che si tratta perlopiù di lavori sottopagati, precari, con scarni contributi previdenziali.

Se mancano stagionali per l’estate, la responsabilità è della precarietà, spinta per decenni alle estreme conseguenze, dei bassi salari e delle condizioni lavorative e di vita imposte, ma anche dell’assenza di effettivi controlli da parte delle direzioni territoriali del lavoro da anni alle prese con organici e mezzi del tutto inadeguati e insufficienti.

Sono questi, e non altri, i risultati di quel lungo processo che ha portato alla dismissione dei contratti full-time e a tempo indeterminato ricorrendo a molteplici tipologie di contratti precari tra lavori a chiamata, tempi determinati, coperti solo per una piccola parte delle prestazioni orarie assicurate, deroghe ai contratti nazionali, mancato rispetto delle normative in materia di salute e sicurezza e perfino di quelle che, in teoria, dovrebbero regolare i tempi di lavoro.

Qualche numero può aiutarci a capire meglio.

Il Reddito di cittadinanza è destinato a un solo componente di famiglie con Isee inferiore a 9.360 euro. Il suo importo base è di 500 euro al mese, suscettibile di alcune elevazioni in base alla composizione del nucleo familiare. Si può raggiungere un assegno di 780 euro mensili se c’è un affitto da pagare.

Quale giovane che vive solo si accontenterebbe di 500 euro mensili, o di 780 con l’affitto o una famiglia a carico, piuttosto che di un lavoro decente? Il problema è che è indecente l’alternativa, il lavoro.

Il reddito di cittadinanza non fa quindi concorrenza al mercato del lavoro sans phrase, ma a un mercato del lavoro indecente. Lo testimoniano le molte lamentele di operatori turistici che incontrano difficoltà a trovare disperati disponibili a un lavoro, magari stagionale, in cambio di poco più di una paghetta. Ma possiamo chiamare lavoro questo?

Anche il confronto fra il reddito di cittadinanza e gli stipendi medi è istruttivo. A fronte di un reddito compreso fra 500 e 780 euro, il salario medio di giovani fra i 20 e i 24 anni, secondo Eurostat (il servizio statistico dell’Ue) è di 813 euro. Diamo una retribuzione ragionevole a questi giovani e rinunceranno volentieri al reddito di cittadinanza.

Non siamo d’accordo con alcuni intellettuali americani che hanno fatto breccia nei cuori dei loro colleghi e giornalisti della sinistra mainstream italiana. Le dimissioni sono anche il risultato della spinta giovanile a rifiutare lavori ad alto tasso di sfruttamento e quasi di schiavitù. Da ciò il diffondersi di uno dei luoghi comuni che ha spinto molti a sostenere che i migranti fanno i lavori rifiutati dagli italiani senza prima domandarsene la ragione (basta uno pseudocontratto per ottenere il permesso di soggiorno), lasciando così la forza-lavoro non autoctona in balia di imposizioni e sfruttamento selvaggio, salvo poi accusare i giovani italiani di essere degli inguaribili fannulloni, o dei “furbetti”.

In Italia, ma anche in Ue, è stato costruito un mercato del lavoro che corre su due piani paralleli, quello più o meno garantito dai contratti nazionali e un altro a tempo determinato senza tutele e diritti. Ma a pensarci bene sono stati proprio i contratti nazionali, e le deroghe agli stessi, a favorire questa caduta tendenziale verso i bassi salari, la precarizzazione e l’alto tasso di sfruttamento.

https://www.lacittafutura.it/economia-e-lavoro/aggiornare-la-cassetta-degli-attrezzi

Se la narrazione sui giovani fannulloni fosse veritiera non avremmo migliaia di italiani a lavorare all’estero. E parliamo non solo della fuga dei cervelli ma anche di quanti svolgono mansioni umili e con stipendi ridotti che restano comunque superiori, e di gran lunga, a quanto avrebbero percepito in Italia.

Lavorare per vivere e non vivere per lavorare è un vecchio slogan ma insufficiente a fotografare la situazione attuale. Ci si immerge, lo fa specialmente la Cgil, in analisi pseudo-sociologiche senza prendere atto che l’intera legislazione in materia di lavoro, uscita dai 40 anni neoliberisti, è la causa dell’arretratezza del sistema produttivo italiano, insieme alla dinamica dei bassi salari, favorita dai sindacati rappresentativi, attraverso il sistema Ipca (Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato per i Paesi dell’Unione Europea) che determina aumenti contrattuali inferiori al costo della vita, e insieme alla tacita accettazione delle molteplici forme di precarietà recepite nei contratti nazionali.

Le dimissioni volontarie italiane non sono paragonabili a quelle avvenute negli Usa, dove nell’arco di una vita lavorativa si cambiano numerosi impieghi. Se negli Usa 42 milioni di lavoratori/trici hanno cambiato occupazione dovremmo anche dedurre che stia avvenendo un processo di grande trasformazione con l’avvento di nuovi lavori e un mercato non certo asfittico come quello italiano.

Il fenomeno delle dimissioni riguarda per lo più le regioni sviluppate che poi statisticamente sono quelle dove minore risulta l’impatto del reddito di cittadinanza. Trattasi delle aree geografiche ove la disoccupazione giovanile degli under 35 si colloca attorno al 25%, 12 punti in meno della percentuale registrata al Sud.

Lo stiamo denunciando da anni: l’imprenditoria italiana è l’autentico problema insieme alle legislazioni precarie. Prenderne atto significa anche rivedere le politiche sindacali, respingendone le conseguenze, perché, senza timori di smentita, si sono palesate per quelle che sono, ossia arrendevoli, subalterne al capitale e alla fine nocive per le classi lavoratrici.

* La Città Futura

 

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