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Dalla strage di Bologna all’egemonia atlantica, la ragion di Stato giustifica crimini, manipolazioni e dipendenze. In democrazia come in autocrazia, è il potere occulto a decidere, tra Storia, propaganda e sovranità negata.
La ragion di Stato fra crimini e vecchi merletti
– Fausto Anderlini*
Per via degli innumerevoli cantieri, Bologna è diventata come Ravenna, ma senza la sua metafisica perfezione. Se esci di casa ti perdi in un labirinto dal quale è impossibile rientrare, senza neanche aver raggiunto la meta. Se vieni da fuori, non entri; se esci da dentro, impossibile guadagnare il confine esterno. Ti trovi inesorabilmente disperso mentre miriadi di segnalazioni fanno uscire di senno. Non un vigile con cui parlare, e tanto caotico è il ginepraio che neanche Waze si raccapezza.
Perciò, già ambasciato dalle domestiche ristrettezze, non son riuscito a raggiungere l’adunata per il 2 Agosto, malgrado un sacco di gente sia riuscita nell’intento, e non so proprio in grazia di quale impeto e fortuna. Rientrato dall’avventurosa sortita, non mi resta che mettere giù due note sulla ragion di Stato. Occasione che, nel giorno della tragica ricorrenza, casca a fagiolo, a maggior titolo dati i tempi che stiamo attraversando.
Il crimine è intrinseco alla ragion di Stato. Elemento necessario della suprema utilità connessa a questa peculiare ragione: la preservazione dello Stato e della sua potenza rispetto alle minacce che intendono sovvertirne l’ordine. In virtù di questa ragione suprema, lo Stato può ricorrere a mezzi che trascendono la morale e la legge, ivi comprese quelle da esso stesso statuite.
Proprio perché si palesa in condizioni eccezionali, la ragion di Stato è il cuore della sovranità. Sicché, parafrasando Schmitt, si potrebbe dire che sovrano è chi ha il potere di ricorrere al crimine come “politica con altri mezzi”. Il colpo di Stato rientra nel caso, mentre il segreto di Stato ne è un corollario. Machiavelli per primo fondò su questa ragione, incarnata dal Principe, l’autonomia laica della politica rispetto alla morale. Mentre Botero rimise al monarca i calzoni della morale cristiana. Cosa che rende la ragion di Stato non meno odiosa.
In uno Stato vassallo, la ragion di Stato si muove nei limiti concessi dallo Stato dominante. I suoi fili sono mossi da chi ha il predominio. Non può darsi crimine politico che non rinvii a questa impari condizione di dipendenza, dove gli attori locali sono tutt’al più dei burattini.
Come furono mafia, logge massoniche, servizi “deviati”, gruppi paramilitari fascisti nella scia di crimini che in Italia si sono perpetrati sino alla strage di Bologna. Il loro fondamento ultimo essendo nella ragion di Stato atlantica, cioè nel cosiddetto “mondo libero” occidentale. Un elemento esterno, extra-statale e a maggior ragione anticostituzionale. Sebbene col beneplacito della coalizione socio-politica delegata a gestire il potere.
In fondo i post-fascisti al potere (ancora una volta utili ai mandanti) hanno qualche ragione a non riconoscere la natura fascista della strage. Giacché i neofascisti di allora agirono come manovalanza di altro occulto mandante, depositario della vera ragion di Stato. Quella imperiale.
La situazione attuale non è cambiata nella sostanza, anche se (almeno per il momento) il crimine intra moenia è sospeso. L’uso dei media, con le loro proiezioni stereotipizzanti e le campagne massive di disinformazione, resta il mezzo più appropriato. Non c’è alcuna minaccia verso lo Stato, ma in ogni modo s’inventano nemici e pretesti, come una presunta guerra ibrida, per fare intendere che sia in atto. La russofobia, con tutto il suo correlato di stereotipi politici e persino razziali, offre odori in quantità all’arrosto della ragion di Stato.
Non da oggi, ma oggi più ancora di prima, è costume la criminalizzazione soggettiva come relazione politica. Un sostituto del canone diplomatico classico, che è dilagato nei media, ma che riguarda lo stesso lessico dei capi di Stato e di governo. Putin è additato come un criminale, un assassino a capo di un popolo brutale e sottosviluppato.
Ezio Mauro, zelante indoratore della ragion di Stato democratica, ha dedicato trasmissioni intere ai casi Politkovskaja e Navalny per dimostrare la natura feroce di Putin e la natura criminale del potere in Russia. Vicende avvolte nel mistero, ma che si ritrovano in quantità industriale anche nei Paesi “democratici”. Eppure, la ragion di Stato perseguita da Putin è evidente, e da lui stesso continuamente evocata: salvaguardare la sovranità della Russia come Stato autonomo, gravemente compromessa e in ogni modo minacciata dopo il crollo dell’URSS.
Come richiamato, non c’è ragion di Stato che escluda il ricorso al crimine. In questo senso, non c’è capo di Stato che ne vada esente, solo che l’occasione lo richieda, almeno indirettamente, quantomeno come testimone omertoso. Il problema è decifrare la finalità reale che guida la ragion di Stato: se volta al dominio o all’autodifesa.
I crimini commessi dagli Stati Uniti in nome della ragione del dominio imperiale autodefinitosi “libero” e “democratico”, soprattutto fuori dai suoi confini, ma anche dentro di essi, sono innumerevoli e di gran lunga superiori a quelli commessi dalle cosiddette “autocrazie”. Peraltro, quasi sempre limitati, in quest’ultimo caso, alla stabilizzazione interna del sistema di potere.
La stessa definizione di Netanyahu come criminale all’ennesima potenza lascia, a mio avviso, il tempo che trova, come se i crimini commessi a dismisura dallo Stato ebraico a danno dei palestinesi fossero la semplice conseguenza della sua soggettiva natura maligna.
La predazione, l’apartheid, la pulizia etnica, sino al genocidio, sono intrinsecamente connessi, come possibilità evolutiva, allo Stato ebraico. Per le modalità della sua stessa natura e costituzione storica. Così come lo sterminio dei nativi è un elemento costitutivo della colonizzazione americana. Con uno spettacolare rovesciamento culturale-propagandistico (come reiterato in un’intera cinematografia) che ha trasformato gli sterminati in criminali e gli sterminatori in civilizzatori.
Analogo rovesciamento ideologico è quello che porta lo Stato tedesco (ancora di recente, nelle parole del socialdemocratico Scholz, e poi più grevemente Merz) a fare dell’esistenza di Israele la sua stessa ragion di Stato. Questi poveretti, che vorrebbero emulare il Terzo Reich nella sua ricerca di Lebensraum a danno della Russia, e che fondano la loro ragion di Stato su un senso di colpa espiativo… A rigore, avendo sterminato almeno 27 milioni di russi, ben più dei sei milioni di ebrei, la Russia dovrebbe occupare il posto di Israele (non fosse che la Russia ha vinto la guerra con la Germania, mentre Israele la sta vincendo ai danni dei palestinesi…).
Fra cosiddette autocrazie e cosiddette democrazie, entrambe unite nella ragion di Stato, essendo essa immanente allo Stato come tale, c’è una differenza che va rimarcata. Nel primo caso, la ragion di Stato è direttamente imputabile alla struttura formale di potere. In questo senso, tali regimi sono, se si vuole, più trasparenti. Per quanto spietata possa essere una tirannia. Nelle cosiddette democrazie, e sommamente in quella americana, il vero depositario della ragion di Stato, cioè del sistema di dominio, è lo Stato occulto. Il deep state: sistema di poteri economici e istituzioni sotto traccia (specie il complesso militare-industriale-finanziario) che tengono le redini del sistema imperiale, aggiogando a sé, o bypassando, le istituzioni formali.
Un modello ipocrita, nel quale la faccia è salva, magari incipriata dei più elevati valori morali universali, e la mano incredibilmente libera di fare il lavoro sporco. Più in generale, l’aggiramento delle costituzioni formali è una costante degli Stati che si vogliono liberi, ma sono in realtà assoggettati come vassalli alla potenza egemone. In Italia, specie seguendo le orme dei due ultimi occupanti la carica, la stessa Presidenza della Repubblica è diventata di fatto il luogo di garanzia della costituzione materiale rappresentata dal vincolo esterno euro-atlantico, piuttosto che della Costituzione tal quale concepita dai padri fondatori. La ragion di Stato che sancisce la mancanza di sovranità dello Stato medesimo. Un paradosso. Una truffa. Un gioco di prestigio nel quale il ventriloquo, anche per il mandato degno di un papa o di un monarca, è divenuto maestro.

* Dalle riflessioni “social” di Fausto Anderlini
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