Quotidiano on-line ®

11.1 C
Rome
lunedì, Febbraio 16, 2026
Mastodon

Da euro a “neuro”, il passo è breve: la retorica della “guerra imminente”

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

Mark Rutte e Friedrich Merz evocano la minaccia russa come conflitto imminente con tono allarmistico, spingendo Europa e NATO verso ulteriori spese belliche. La retorica della paura plasma politiche e opinione pubblica, limitando il discorso diplomatico.

La paura è un arma: la retorica del conflitto imminente

L’Europa sembra alle prese con un nuovo “pericolo imminente”, evocato con la solennità rituale di chi ha eletto l’allarme a strumento di governo. Negli ultimi giorni il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha lanciato l’ennesimo monito che suona come una previsione incontestabile: «noi siamo il prossimo obiettivo della Russia» e «il conflitto potrebbe arrivare su scala simile a quella vissuta dai nostri nonni e bisnonni», ammonendo gli alleati che «il tempo per l’azione è ora».

Non si tratta di una boutade estemporanea. La retorica di Rutte è ricorrente: nei mesi precedenti ha ribadito pubblicamente che Mosca produce munizioni molto più rapidamente dei paesi della NATO e insiste sulla necessità di accelerare spesa e produzione bellica occidentale, come se il confronto materiale tra forze potesse essere la cartina di tornasole della “sicurezza”.

Non è solo il capo dell’Alleanza a suonare il campanello d’allarme. In Germania, il cancelliere Friedrich Merz ha espresso pessimismo cautamente bellicoso sul conflitto in Ucraina, affermando che bisogna «prepararsi mentalmente» alla possibilità che la guerra si prolunghi a lungo e che l’Occidente debba potenziare la propria capacità di deterrenza e difesa.  Le sue dichiarazioni sono arricchite dall’idea che forze occidentali “di pace” potrebbero persino essere autorizzate a reagire con forza a violazioni russe in un’ipotetica fase post-cessate il fuoco.

L’allarme permanente

Parlare oggi di rischio di guerra totale con la Russia come se fosse un’equazione inevitabile — Russia = minaccia = conflitto globale — ha un effetto psicologico potente: spinge governi e opinione pubblica a legittimare aumenti vertiginosi di spesa militare, allargando il perimetro dell’accettabile e riducendo lo spazio per visioni alternative. Le parole di Rutte ricordano la sceneggiatura di un film di guerra vintage, con missili che “potrebbero raggiungere persino Roma” e la nostalgia della virilità militare come antidoto alla vulnerabilità percepita.

In questo coro di allarme, qualsiasi appello alla moderazione o alla diplomazia viene associato a ingenuità se non a pericolosa complicità. Si è scatenata una campagna mediatica addirittura contro la rivista Limes e il suo direttore, Lucio Caracciolo, con toni virulenti, accusandoli in sostanza di “complicità col nemico”. Ci sarebbe da ridere se non fosse tutto terribilmente serio. E pericoloso.

Il linguaggio militare entra lentamente ma inesorabilmente nel lessico quotidiano dei leader: “prepararsi mentalmente”, “non lasciare che la pace imposta sia la resa”, “difese pronte a rispondere con forza”. Parole che non solo riflettono preoccupazioni reali — è ovvio — ma che vengono utilizzate con la stessa funzione di interruttore automatico per la spesa militare e la mobilitazione collettiva.

È interessante notare come, nel frattempo, poco si discuta delle alternative reali alla logica di guerra permanente: negoziati multilaterali che includano garanzie di sicurezza credibili per tutte le parti, il ruolo di organismi internazionali indipendenti, la ricostruzione di canali diplomatici mentre le tensioni restano. La visione dominante appare dominata da un paradigma secondo cui la difesa contro la Russia implica solo più armi, più spese e più rigidità strategica.

Non sorprende quindi che anche al di fuori della politica esplicita, figure della sicurezza come i generali inglesi amplifichino la narrazione della “guerra in corso”. Le affermazioni di leader di intelligence britannici, secondo cui «la linea del fronte è ovunque» e la minaccia russa si manifesta attraverso ogni forma di attacco — dai cyber a presunte operazioni di destabilizzazione — contribuiscono a costruire una percezione di insicurezza globale permanente. Si finisce per accettare la narrazione di un conflitto imminente come unico quadro interpretativo possibile, espellendo qualsiasi dubbio come indulgenza ingenua o, peggio, tradimento.

Europa, un teatro secondario

Se si osserva il quadro con un minimo di distacco analitico, il fervore bellicista che attraversa oggi le cancellerie europee appare meno come una risposta razionale a una minaccia imminente e più come il sintomo di una crisi di collocazione strategica. L’Europa parla di guerra con la Russia mentre il baricentro del mondo si è già spostato altrove. E lo fa, paradossalmente, nel momento in cui Washington mostra segni evidenti di stanchezza verso il conflitto ucraino e di riposizionamento globale.

Il problema di fondo è che l’Unione Europea continua a ragionare come se fosse ancora uno dei centri decisionali del sistema internazionale. Non lo è più. Non lo è sul piano demografico, non lo è su quello industriale, non lo è su quello militare. E tuttavia insiste nel rappresentarsi come soggetto morale incaricato di difendere l’ordine mondiale, salvo poi scoprire che l’ordine mondiale non riconosce più quella investitura.

Da qui la tentazione della scorciatoia ideologica: se non si conta più per peso reale, si prova a contare per purezza valoriale. La Russia diventa così il Nemico Assoluto, non tanto per ciò che fa — o non fa — ma per ciò che rappresenta simbolicamente. Una funzione narrativa, prima ancora che strategica. Serve un antagonista totalizzante per tenere insieme opinioni pubbliche disorientate, giustificare spese militari impopolari, coprire l’assenza di una visione autonoma.

Nel frattempo, il mondo si organizza secondo logiche diverse. Le grandi potenze non discutono più in termini di “democrazie contro autocrazie”, ma di sfere di influenza, catene di approvvigionamento, equilibrio nucleare. India, Cina, tutto l’estremo Oriente, sono già inseriti in un quadro decisionale reale. La geopolitica vera, quella che decide i destini, ha abbandonato da tempo il lessico morale. È tornata a essere ciò che è sempre stata: gestione del conflitto potenziale, non sua esaltazione retorica.

L’Europa appare come un attore che recita una parte scritta altrove. Da un lato invoca l’unità occidentale, dall’altro si prepara a riempire il vuoto lasciato da un alleato americano sempre meno disposto a sostenere i costi della sicurezza europea. Il risultato è un discorso pubblico schizofrenico: si parla di pace mentre si moltiplicano i richiami alla guerra, si evoca la difesa mentre si accetta una progressiva perdita di sovranità strategica.

L’ossessione per la Russia, infine, svolge una funzione eminentemente interna. Serve a non parlare di stagnazione economica, di crisi sociale, di declino politico. Serve a trasformare la paura in collante. Ma la storia insegna che le società che costruiscono la propria identità sull’allarme permanente finiscono per confondere la preparazione con il destino, e la deterrenza con la profezia che si autoavvera.

Più che sull’eventualità di una guerra con Mosca, l’Europa farebbe bene a interrogarsi su un rischio più concreto: quello di diventare irrilevante mentre urla al mondo di essere indispensabile.

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli