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Il caso Limes segnala un clima sempre più intollerante verso il pensiero critico. In un’Europa lanciata verso riarmo e disciplina ideologica, la geopolitica diventa sospetta e il dissenso viene delegittimato in nome dell’unità e della guerra permanente.
Quando la geopolitica diventa sospetta: il caso Limes e la paura del dissenso
C’è un segnale che più di altri racconta il clima politico e culturale dell’Europa contemporanea: la difficoltà, crescente, di tollerare il pensiero non allineato. Il caso Limes — con le dimissioni simultanee di membri del comitato redazionale, del consiglio scientifico e, a seguire, di una figura come il generale Camporini — non può essere liquidato come un normale dissenso interno.
La tempistica, la narrazione mediatica che ne è seguita e il contesto politico in cui avviene suggeriscono altro. Suggeriscono un messaggio disciplinare.
Limes non è una rivista qualunque. È, da oltre trent’anni, uno dei pochi luoghi in Italia dove la geopolitica viene trattata come disciplina autonoma, non come commento morale agli eventi. Ed è proprio questo il problema. In una fase storica in cui l’Unione Europea sembra decisa a “serrare le file”, ogni analisi che non si traduca in adesione immediata alla linea ufficiale viene percepita come una minaccia. Non si discute: si classifica. E, se necessario, si espelle.
L’Europa che non ammette repliche
Il meccanismo è ormai rodato. Si costruisce un consenso emergenziale — guerra, sicurezza, valori occidentali — e lo si dichiara non negoziabile. Chi prova a mettere in discussione presupposti, obiettivi o strumenti viene accusato di ambiguità, se non di collusione. Dire che “il re è nudo” diventa un atto ostile. La dialettica, un lusso per tempi migliori.
In questo quadro, Lucio Caracciolo rappresenta un’anomalia difficilmente eliminabile: troppo autorevole per essere screditato apertamente, troppo visibile per essere ignorato. E allora si colpisce l’ambiente, si alimenta l’idea di una frattura interna, si lascia che siano altri a denunciare una presunta “deriva”. Il risultato è una delegittimazione indiretta, ma efficace.
Il paradosso è che tutto questo avviene mentre l’Europa, dopo aver attraversato una crisi economica profonda, si prepara a una massiccia riconversione militare. Il riarmo viene presentato come inevitabile, la guerra come orizzonte mentale permanente. In questo clima, l’analisi geopolitica diventa pericolosa perché introduce complessità là dove servirebbero slogan. La realtà, con le sue contraddizioni, viene sacrificata sull’altare della mobilitazione.
Non stupisce, allora, che anche provvedimenti come le sanzioni promosse da Kaja Kallas contro figure accusate di essere “ospiti regolari di programmi filorussi” vengano accolti come normali misure di igiene democratica. L’argomento non è più ciò che si dice, ma dove lo si dice e con chi. Una logica che con l’informazione ha poco a che fare.
Geopolitica, una disciplina scomoda
Le parole di Caracciolo — che rivendica il dovere di ascoltare tutte le voci e di non schierarsi per principio — dovrebbero apparire ovvie. E invece risultano scandalose. Segno che il problema non è Limes, ma l’idea stessa di analisi.
La geopolitica, del resto, è una disciplina che nasce e rinasce nella scomodità: ostracizzata a lungo in Europa per l’uso che ne fecero i nazisti, recuperata solo negli anni Settanta grazie a figure come Yves Lacoste e alla rivista Hérodote, ispirazione dichiarata per Limes.
Non è un sapere neutro, ma nemmeno un’ideologia. Richiede di tenere insieme più variabili — spazio, potere, economia, cultura — e proprio per questo mal si adatta alle letture monoculari, incluse quelle di certa sinistra rimasta prigioniera di schemi esclusivamente economicisti. Non è un caso che negli Stati Uniti si sia preferito parlare di International Relations: una formula più presentabile, meno compromessa, ma spesso funzionale a veicolare contenuti geopolitici sotto altro nome.
Così, categorie come “autocrate” diventano strumenti retorici più che concetti analitici. Servono a rafforzare per contrasto una presunta appartenenza al campo delle “democrazie”, nozione che meriterebbe ben altra discussione filosofico-politica, soprattutto alla luce delle degenerazioni recenti.
Il risultato finale è grottesco: giornalisti militanti, opinionisti da social network, profili adornati di bandierine dispensano giudizi tranchant su discipline e studiosi che richiederebbero almeno un minimo di competenza.
Un tempo queste semplificazioni restavano confinate al bar, dopo qualche bicchiere. Oggi diventano linea editoriale. Ed è forse questo il segnale più inquietante: non la critica a Limes, ma la perdita del senso del ridicolo.

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