15.3 C
Rome
martedì 17 Maggio 2022
In EvidenzaContro ogni guerra: la continuazione del nulla con altri mezzi

Contro ogni guerra: la continuazione del nulla con altri mezzi

La guerra uccide non solo le persone, ma anche i cuori e le menti dei vivi. Contro ogni guerra che viene fatta in nome della civiltà ma, nello stesso tempo, distrugge le basi della civiltà.

Contro ogni guerra

La guerra uccide gli uomini e le donne, devasta le case, le strade, le fabbriche, i ponti, le ferrovie, i palazzi pubblici, le piazze, gli impianti sportivi, i negozi, i campi coltivati.

C’è un’altra distruzione di cui quasi nessuno si occupa. Nei talk show, nelle cartine degli esperti militari non stanno le distruzioni delle menti, dei cuori, della razionalità politica, del pensiero.

In tempo di pace studiamo nelle pagine dei filosofi o degli psicanalisti che l’identità si costruisce sempre a due, è questione di un entre-deux, perché il pensiero che ci costruisce in quanto esseri umani ha bisogno sempre di rimbalzare su una cultura vicina affinché il fare gioco dell’incontro tra simili che avvicina, ma non stringe in un Uno compatto, faccia nascere il pensiero, le domande, la creatività artistica, spirituale, filosofica.

Ci possa insomma mantenere in quel confine in cui l’incertezza diventa paradossalmente grande potenza creativa e, quindi, identità.

Appena scoppia la guerra, filosofi, poeti, psicanalisti diventano inutili produttori di chiacchiere e, persino il Papa, viene considerato un fastidio se non, addirittura, servo di una delle due parti in guerra.

L'assenza del "fare gioco" e il sentimento della vergogna nel Papa

Ecco la guerra che devasta non solo le case, che uccide non solo le persone, ma anche i cuori e le menti dei vivi. La guerra viene fatta in nome della civiltà ma, nello stesso tempo, distrugge le basi della civiltà.

Mi sono trovato a discutere della guerra nella ex-Jugoslavia, in un contesto praticamente di famiglia, più di vent’anni fa in Croazia, a pochi anni dalla fine delle ostilità.

Contestavo agli amici croati il fatto che loro, di fronte alla guerra, mettessero sempre l’aggettivo “patriottica”. La guerra era per loro “domovinski rat“, guerra pattriottica, e in ogni città era nata una “via della guerra patriottica“, una “ulica domovinskog rata“.

E chiedevo loro: ma non capite che i tre capi nazionalisti hanno allo stesso modo utilizzato la guerra per legittimarsi, per creare una statualità di tipo nuovo, autoritaria, fondata su economie criminali, e che quindi in tutto ciò c’era ben poco di patriottico e resistenziale?

La loro risposta, di cittadini non nazionalisti e persino di sinistra, era sempre, immancabile: tu puoi avere anche ragione ma quando c’è la guerra bisogna difendersi, non bisogna stare troppo a pensarci.

E la mia controdomanda era: ma difendersi da cosa se non dalla guerra che riduce tutto alla dialettica aggressore/aggredito e toglie spazio alla razionalità politica, alla capacità di vedere con lucidità le forze i campo, i loro disegni e, soprattutto, il fatto che le guerre sono sempre guerre fra vicini che nei secoli hanno vissuto sempre in quel benefico e salutare confine che ne ha intrecciato le storie, le culture, i pensieri, i modi di fare e che, nel territorio che va da Nova Gorica a Skopje, era diventato addirittura un unico Stato proprio in virtù di quell’intreccio?

La guerra, il moralismo e la regressione infantile

Io mi rendo conto che dentro la guerra è difficile mantenere la lucidità politica, la capacità di pensare, di sentire che il vicino non è così totalmente altro, ma è anzi quello che ha fatto di te quello che sei proprio perché i tuoi pensieri sono rimbalzati sui suoi.

Proprio per questo, chi sta fuori dalla guerra ha il dovere di mantenere la lucidità, di continuare ad appassionarsi all’analisi politica, all’entre-deux e alla condizione tragica degli esseri umani così esposti al nulla dell’insensatezza e, proprio per questo, così capaci di pensare la social catena, la fratellanza, di istituire la vita contro la morte.
Purtroppo, la nostra è un’epoca che adora il nulla già in tempo di pace. Infatti, se la vita non ha senso, allora tanto vale dissolvere se stessi nella sbornia della droga, dei consumi compulsivi, del divertimento, dell’egoismo, dell’individualismo.

La guerra è allora una continuazione del nulla con altri mezzi e per questo è oggi così amata, nonostante i proclami per la pace e la retorica varia (un programma della Rai, che spinge per riempire d’armi l’Ucraina, inizia le sue trasmissioni con la “Guerra di Piero” di De André).

In un bellissimo libretto di quasi vent’anni fa, Franco Cassano scrisse che «la dimensione civile del pensiero di Leopardi non scompare con il disincanto dell’età matura, ma acquista una dimensione più vasta e matura, perché dallo spettacolo del nulla egli si attende una formidabile reazione, convinto che la coscienza della comune fragilità offra agli uomini l’occasione per costruire una solidarietà planetaria, mettendo fine alla cattiva infinità dei massacri» (Franco Cassano, Oltre il nulla. Studio su Giacomo Leopardi, Laterza, Roma-Bari 2003, p. X).

 

Dobbiamo decidere, soprattutto noi che non siamo coinvolti direttamente nelle violenze della guerra: o amare la guerra da lontano, appassionandoci alle cartine e inventando retoriche sulla resistenza, o continuare a pensare un mondo oltre il nulla.

Cartoline da Salò: un anno marchiato dalle stimmate della pandemia

Leggi anche


Claudio Bazzocchi
Claudio Bazzocchi
Studioso di filosofia politica

Ti potrebbe anche interessare

Ultimi articoli