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La recente convocazione in Parlamento dell’amministratore delegato di Stellantis, Carlos Tavares, è stata un’occasione di confronto che si è trasformata rapidamente in un boomerang per la classe politica italiana.
L’udienza avrebbe dovuto rappresentare un’opportunità per avviare un dialogo costruttivo con il leader di un gruppo industriale che ha un’enorme influenza sul mercato automobilistico, soprattutto per quanto riguarda i marchi dell’ex Fiat, ora integrati nella multinazionale Stellantis.
Tuttavia, le reazioni politiche, come spesso accade in Italia, sono state caratterizzate da retorica sterile e approcci inconcludenti, incapaci di affrontare efficacemente le sfide poste da Tavares.
Caso Stellantis, le richieste di Tavares e le minacce di delocalizzazione
Tavares ha illustrato con fermezza la posizione del gruppo: i costi di produzione in Italia sono troppo elevati, in particolare per l’alto costo dell’energia e l’inadeguatezza delle infrastrutture. Ha inoltre espresso insoddisfazione per il modesto mercato italiano delle auto elettriche, lamentando che i consumatori italiani ne acquistano troppo poche.
Tuttavia, non ha fatto alcun accenno al fatto che i bassi salari, a cui la stessa Fiat ha contribuito, rendono difficile per molti italiani permettersi un’auto elettrica, il cui costo è mediamente del 40% superiore a quello di un veicolo con motore a combustione interna.
Il vero nodo della questione è però la richiesta di incentivi. Più che una richiesta, Tavares ha lanciato una minaccia chiara: senza incentivi statali, Stellantis potrebbe trasferire la produzione altrove.
Una strategia di pressione che non ha tardato a generare reazioni violente e scomposte da parte della politica e delle associazioni industriali italiane, come Confindustria. Da destra a sinistra, si è assistito a un coro di accuse e denunce, ma poche sono state le proposte concrete per affrontare la situazione.
La debolezza della politica italiana e l’assenza di un piano industriale
Questa vicenda mette in luce, ancora una volta, la fragilità della classe politica italiana, incapace di proporre soluzioni innovative per difendere gli interessi nazionali di fronte alle pressioni di un grande gruppo multinazionale. La mancanza di visione e di competenza nel gestire un dialogo con un manager il cui obiettivo principale non è certamente il benessere del nostro Paese è palese.
Tra le poche voci ragionevoli emerse nel dibattito, quella della CGIL ha messo in evidenza un aspetto fondamentale: Stellantis non ha un vero piano industriale per l’Italia. In effetti, appare difficile comprendere perché dovrebbe essere lo Stato italiano a compensare i mancati guadagni derivanti dalla scarsa vendita di auto elettriche, quando il management stesso potrebbe aver commesso errori strategici.
Le colpe, a quanto pare, non vengono mai riconosciute dalla dirigenza, che preferisce invece puntare il dito contro fattori esterni e chiedere l’intervento statale quando i profitti non sono all’altezza delle aspettative.
Tavares, come in passato gli Agnelli, è un sostenitore del libero mercato finché questo genera dividendi per gli azionisti. Quando la situazione cambia e i margini si riducono, lo Stato assistenziale diventa improvvisamente una necessità. Questo doppio standard è ormai una costante nel rapporto tra grandi gruppi industriali e governi.
Il ruolo dello Stato: un intervento necessario?
Alla luce di tutto questo, si ripropone un interrogativo che il ministro Giorgetti aveva sollevato in passato, senza però dare seguito alla sua intuizione: perché lo Stato italiano non entra nel capitale di Stellantis? Gli stabilimenti automobilistici, pur non essendo più centrali come una volta nel panorama della manifattura europea, sono ancora di vitale importanza per l’economia italiana, soprattutto in termini di occupazione.
Se Stellantis dovesse davvero decidere di delocalizzare parte della produzione, magari a seguito di una fusione con Renault o di una “razionalizzazione” della propria capacità produttiva, le conseguenze per l’Italia sarebbero devastanti.
Si tratterebbe di un colpo simile a quello inferto al Paese dalla deindustrializzazione sostenuta da molte forze politiche nel corso degli ultimi decenni, in nome di un futuro fatto di servizi, turismo e microimprese. Questo scenario, però, si è rivelato illusorio, incapace di sostenere un’economia complessa come quella italiana.
L’esempio della Francia è illuminante: lo Stato francese detiene una quota significativa di azioni di Stellantis, e questo gli consente di avere voce in capitolo nelle decisioni strategiche del gruppo. Perché l’Italia dovrebbe rinunciare a una simile possibilità di tutela dei propri interessi industriali e occupazionali?

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