I casi Di Biase-Franceschini e Fratoianni-Piccolotti ci ricordano che se si spendessero le stesse energie per la parità salariale, o per altre forme di vera parità di genere, con lo stesso vigore con cui si difende il diritto alle candidature matrimoniali, saremmo un Paese vagamente meno ipocrita.
Le candidature matrimoniali sono un problema politico
Stiamo assistendo in queste ore a una gigantesca mistificazione su una questione di opportunità politica spostata invece sul piano del sessismo. Parliamo ovviamente dei casi del marito della Di Biase e del marito della Piccolotti (e invertiamo la narrazione per cominciare immediatamente a rendere evidente la questione reale).
Ieri sera per diverse ore la home di Repubblica, in primo piano, riportava lo sfogo della Di Biase, in cui rivendicava la sua storia politica al di fuori dall’essere identificata solo e comunque come “la moglie di Franceschini“.
Stessa cosa aveva fatto la Piccolotti, identificata come “la moglie di Fratoianni“.
Ora, a parte il fatto che, suonerà “populista”, ma se l’area di riferimento di Repubblica avesse speso le stesse energie per la parità salariale, o per altre forme di vera parità di genere, con lo stesso vigore con cui ora difende il diritto alle candidature familiari, saremmo un paese vagamente meno ipocrita; ma il problema reale viene completamente defenestrato dalla discussione.
Partiamo dal caso Franceschini: chi ha seguito le cronache locali di questi giorni, forse avrà letto della fibrillazione nel PD di Napoli per le “voci” che vogliono il ministro candidato nel capoluogo campano, paracadutato in loco proprio per evitare di farlo a Roma, dove invece pare che avrà un collegio sicuro sua moglie, Michela De Biase.
Qui appare lampante che nella vicenda non ci sia traccia di misoginia e sessismo – anche se il problema del linguaggio e opportunità esiste in Italia, ma doverlo premettere ogni volta dimostra come questa questione, scollegata dalle dinamiche politiche, stia diventando solo una sorta di clava dialettica che tronca qualsiasi ragionamento perchè viziato inesorabilmente dalla “forma”.
Nessuno mette in dubbio le capacità della Di Biase, che ha fatto lunga gavetta e forse, a questo giro, meriterebbe l’occasione di mostrarle a una platea più vasta, magari proprio al posto del marito. Ma questa possibilità non viene affatto contemplata. Da Repubblica ai difensori d’ufficio, si da per scontato il collegio sicuro per il ministro e si rivendica il diritto ad averlo anche per la consorte. Che si possa far politica come fanno migliaia di persone, fuori dal palazzo, non è pensabile per Franceschini?
La questione riguarda anche la coppia Piccolotti-Fratoianni. Per spiegarlo ancor più semplicemente, vediamo un semplice numero di questa legislatura: Sinistra italiana ha un seggio alla Camera e uno al Senato. Con gli accordi per le elezioni di settembre e lo spazio “liberato” da Calenda ipotizziamo che raddoppino gli eletti, cioè da 2 a 4. Se di questi la metà venissero assegnati alla coppia matrimoniale, trovereste la questione di opportunità politica o di pregiudiziale sessista nel denunciarlo?
Queste candidature familiari fanno semplicemente a cazzotti con il buon senso, in un paese che non riesce a distaccarsi dalle logiche dell’amichettismo e dei clan.
E la giustificazione appellandosi alla lotta al maschilismo e al sessismo, scollegando queste questioni completamente dalle dinamiche politiche e sociali, sta portando a cortocircuiti per i quali avremo probabilmente a breve la prima donna premier nella storia d’Italia eletta dalla destra post fascista, mentre dall’altra parte ci si continuerà ad appuntare la medaglia dell’essere riusciti a farsi chiamare “assessora” invece di “assessore”.
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