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Bulgaria nell’euro da sei mesi: inflazione al 7%, procedura d’infrazione UE per deficit al 4,1%, governo in difficoltà. A gennaio Bruxelles brindava ai “benefici pratici”. Il copione è già visto. I cittadini pagano il conto.
Bulgaria: sei mesi di euro, sei mesi a rincorrere i prezzi
Il primo gennaio 2026 la Commissione Europea brindava all’ingresso della Bulgaria nell’eurozona definendolo «un’importante pietra miliare per il paese, per la storia dell’euro e per l’Unione nel suo complesso». L’euro avrebbe portato «benefici pratici ai cittadini e alle imprese bulgari».
Cinque mesi dopo, l’inflazione bulgara ha raggiunto il 7% su base annua — il valore più alto dal 2023, raddoppiato tra gennaio e maggio — e Bruxelles si prepara ad aprire una procedura d’infrazione contro Sofia per deficit eccessivo. Il rapporto tra disavanzo pubblico e PIL è stimato al 4,1% per il 2026, destinato a salire al 4,3% nel 2027, ben oltre il tetto del 3% previsto dai trattati.
Il commissario per l’economia Valdis Dombrovskis ha comunicato la decisione con il tono neutro di chi applica regole: visto che il criterio del disavanzo non è rispettato, «la Commissione proporrà di aprire una procedura d’infrazione nei confronti della Bulgaria». Sei mesi. Il tempo che ci vuole per passare dalla pietra miliare alla lettera di richiamo.
Il nuovo governo bulgaro — la coalizione di centrosinistra Bulgaria Progressista, guidata da Radev dopo una crisi politica durata diversi mesi — si trova in una posizione geometricamente scomoda: da un lato una popolazione che lamenta perdita di potere d’acquisto e prezzi in accelerazione su beni di prima necessità, dall’altro un’istituzione sovranazionale che chiede consolidamento fiscale nello stesso momento in cui i conti pubblici sono già sotto pressione. La procedura d’infrazione, se avviata, comporta raccomandazioni vincolanti di riduzione del deficit che si traducono invariabilmente in tagli alla spesa pubblica — ovvero nel peggioramento delle condizioni che già alimentano il malcontento popolare. Il circolo è chiuso dall’interno.
Il copione che si ripete e la retorica che non cambia
Vale la pena rileggere il comunicato della Commissione del primo gennaio, perché è un documento rivelatore non per quello che dice ma per il registro in cui lo dice. L’euro come «pietra miliare», i «benefici pratici» promessi ai cittadini, l’enfasi sulla convergenza storica: è il linguaggio dell’evento inaugurale, della cerimonia istituzionale che celebra un processo prima ancora di verificarne gli effetti. Lo stesso linguaggio era stato usato per l’ingresso della Grecia nel 2001 — con risultati che la storia ha abbondantemente documentato — e per ogni allargamento successivo dell’eurozona, indipendentemente dalle condizioni strutturali dei paesi coinvolti.
La Bulgaria entra nell’eurozona come il paese più povero dell’Unione Europea per PIL pro capite, con un tessuto produttivo ancora in transizione, infrastrutture parzialmente inadeguate e una classe politica che ha attraversato una crisi di governo pluriannuale prima di trovare una maggioranza stabile.
L’adozione di una moneta comune con Germania, Francia e Paesi Bassi in queste condizioni non è di per sé un errore inevitabile, ma richiede strumenti di accompagnamento — trasferimenti, ammortizzatori, flessibilità fiscale temporanea — che l’architettura dell’eurozona strutturalmente non prevede. Quello che prevede, invece, è il Patto di Stabilità e Crescita con i suoi parametri rigidi, applicati con la stessa logica a economie con storie, dimensioni e vulnerabilità completamente diverse.
Il risultato prevedibile — e previsto, da chiunque avesse guardato i dati senza l’ottimismo istituzionale obbligatorio — è quello che si sta materializzando: uno shock inflazionistico legato alla transizione monetaria che erode il potere d’acquisto delle famiglie, e un deficit che supera i parametri perché la spesa pubblica non si comprime in sei mesi senza conseguenze sociali visibili. I settori dell’opinione pubblica bulgara già contrari all’adozione dell’euro prima del primo gennaio non hanno bisogno di dire “ve l’avevamo detto”: lo dicono i prezzi al supermercato.
La procedura d’infrazione che si profila non è una punizione: è l’applicazione automatica di regole progettate in un contesto di economie mature e relativamente omogenee, applicate a un paese che quelle condizioni non le ha ancora raggiunte. Che Bruxelles la presenti come conseguenza tecnica e non come scelta politica è parte dello stesso registro retorico del discorso inaugurale: la governance europea come natura, non come decisione.
I cittadini bulgari che pagano il 7% di inflazione sugli acquisti quotidiani probabilmente la leggono in modo diverso. E il governo Radev, che deve gestire questa pressione doppia senza strumenti adeguati, probabilmente anche.

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