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Il governo italiano, in nome della sua sudditanza sempre più imbarazzante nei confronti degli Stati Uniti, ha ufficialmente abbandonato la Belt and Road Initiative (Bri) della Cina, più comunemente nota come la Nuova Via della seta cinese.
La comunicazione, trasmessa dalla presidente Giorgia Meloni al governo di Pechino, arriva a quattro anni dall’adesione con una stretta di mano dell’allora premier Giuseppe Conte, che figurò così come l’unico tra i Paesi del G7 a voler entrare a far parte del progetto strategico, lanciato dalla Cina nel 2013, con cui Pechino sogna di tornare a collegare l’Asia all’Europa, sulla falsa riga dell’antica via della seta, che dominò i traffici mondiali per quasi duemila anni, tra il secondo secolo avanti Cristo e la metà del 1400.
Ordine degli Stati Uniti all’Italia: addio alla Nuova Via della Seta
L’Italia è ufficialmente fuori dalla Via della Seta, il memorandum di intesa tra Italia e Cina, che prevedeva 29 accordi, 10 commerciali e 19 istituzionali. L’accordo era stato siglato a Palazzo Madama nel 2019 dal presidente cinese, Xi Jinping e dall’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Nonostante gli evidenti vantaggi derivanti dal rafforzamento delle relazioni economiche Cina-Italia (la BRI si è dimostrata un’iniziativa inclusiva, pragmatica e di successo), Roma sembra essere vittima della sua limitazione endemica di sovranità, a causa della sua dipendenza non scritta dagli Stati Uniti dalla fine della seconda guerra mondiale. In quanto unica vera potenza mediterranea in Europa, grazie alla sua posizione privilegiata, l’Italia è tradizionalmente sotto sorveglianza speciale.
Pertanto, indipendentemente dai “colori” del governo, sacrificare gli interessi nazionali italiani sull’altare dei vincoli geopolitici, agendo sotto forma di ingerenze esterne, potrebbe essere un’opzione.
Sotto il primo governo Conte (2018-19), composto dal Movimento Cinque Stelle populista di sinistra e dalla Lega sovranista di destra, l’Italia ha cercato di realizzare un insolito esperimento politico con l’obiettivo di risollevare l’economia italiana dopo sette anni di austerità finanziaria all’interno del quadro del patto di stabilità e crescita dell’UE.
La volontà di quel governo era quella di ripristinare il potere contrattuale dell’Italia nei confronti delle istituzioni sovranazionali – UE e NATO. Come si è mosso? Guardare ai BRICS è stata un’opzione per diversificare i vettori del commercio estero e della politica estera dell’Italia. Così, la scelta di firmare l’accordo sulla BRI ha reso l’Italia l’unico Paese del G7 ad aderire al mega-piano cinese, il che fu aspramente criticato dagli alleati.
Il secondo governo Conte (2019-21), sostenuto dal Movimento Cinque Stelle e dal Pd, è stato principalmente impegnato nel contrastare la pandemia: questa era la priorità e non c’era abbastanza spazio per discutere adeguatamente di politica estera. La guerra in Ucraina ha cambiato molte cose.
Il forte appello all’unità dell’amministrazione Biden ha rilanciato il ruolo della NATO e la sua finta ma potente narrativa sul confronto tra democrazie e autocrazie, esercitando la massima pressione sugli alleati europei.
La comunità imprenditoriale italiana è ora molto preoccupata. Dopo aver subito ingenti danni dall’aumento dei prezzi dell’energia e dall’impatto devastante del conflitto Ucraina-Russia sull’economia europea, le aziende italiane temono un possibile deterioramento dei rapporti Italia-Cina proprio ora che si stanno registrando numeri record per quanto riguarda l’export verso Cina (92,5% nel primo trimestre del 2023 rispetto all’anno precedente). “Un eventuale ritiro dalla Nuova via della Seta porterebbe a un raffreddamento dei rapporti bilaterali in un momento storico in cui aziende e professionisti stanno vivendo una frenesia e una voglia di tornare sul mercato cinese“, ha detto Mario Boselli, presidente della Italy China Council Foundation, afferma il Financial Times.
Ma il governo non ha ascoltato o non ha potuto ascoltare e ha chinato la testa. Alla faccia del sovranismo!
“Con l’uscita ufficiale dalla Via della Seta, l’Italia riconferma il proprio collocamento geopolitico che sta saldamente con l’Occidente e all’interno del sistema delle alleanze tradizionali”, ha dichiarato in una nota il senatore della Lega Marco Dreosto, segretario dell’Ufficio di presidenza in commissione Esteri e Difesa di Palazzo Madama. “La Cina rimane un partner commerciale ma allo stesso tempo era necessario respingere al mittente le mire geopolitiche di Pechino nei confronti del nostro Paese – puntualizza Dreosto-.
Siamo davanti a una chiara dimostrazione di debolezza politica del governo italiano, giustificabile secondo l’atteggiamento ideologico degli altri.

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