Autonomia differenziata e premierato: un ossimoro che viene da lontano

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Autonomia differenziata (e premierato), prima d’essere formalizzata dalla destra, è stata l’araba fenicia inseguita dalla stessa sinistra, almeno dagli anni ’90. un riformismo istituzionale che metteva insieme le più estreme teorie della sussidiarietà e il mantra della democrazia ‘decisionista’.

Autonomia differenziata e premierato: un ossimoro

Fausto Anderlini*

La cosiddetta autonomia differenziata e il ‘premierato‘, ovvero pan-regionalismo (dei ricchi) e pan-centralismo. Tutto il potere in basso (bottom up) e tutto il potere in alto (top down).

Un ossimoro istituzionale che non sta in piedi, senza imbragatura che lo rabberci, come scrive Ainis, seguendo il buonsenso logico. Eppure questo ossimoro, prima d’essere formalizzato dalla destra, è stata l’araba fenicia inseguita dalla stessa sinistra, almeno dagli anni ’90.

Un sistema di pensiero balordo culminante nell’apologia di un riformismo istituzionale che metteva insieme le più estreme teorie della sussidiarietà e il mantra della democrazia ‘decisionista’ centrata sul primato di un esecutivo rafforzato dal modello ‘maggioritario’.

L’idea di fondo: diradare tutto quanto stava ‘nel mezzo’, l’istanza della disintermediazione, del direttismo e dell’immediatezza. Disancorare il potere diffuso e decentrato dal rapporto col centro (all’insegna del far da sè) e disancorare il potere centrale dall’onere (redistributivo e rappresentativo) delle periferie.

Tutti liberi dai lacci e lacciuoli. Un bengodi, tutto per la gioia dell’efficientamento di ‘lor signori’. Domestici e non. Un cambio di indirizzo ‘rivoluzionario’ agito come un usbergo contro la Costituzione vigente, raffrenata dalle remore della sindrome antifascista del ‘tiranno’ immaginario.

Perfino col risvolto finale di un perverso sovraccarico della figura presidenziale, elevata a garante perpetuo della governabilità. Sorta di monocratismo della paralisi politica. Una svolta rispetto alla tradizione del Pci. Che fu prima centralista, poi municipalista e infine regionalista, ma sempre ‘parlamentarista’, seguendo una logica incrementale interna all’ordinamento formale della Carta.

Sebbene già sul finire dei ’70 iniziassero a farsi strada certe ‘idee nuove’. Se si vuole creare un fronte dotato di forza, ovvero coerentemente ‘conservatore’, contro l’attacco innovatore finale alla Repubblica costituzionale, il Pd non può fare a meno di una radicale autocritica. Altrimenti diventa difficile vietare alla Meloni il diritto di fare quel che non è riuscito a Renzi, Veltroni e ai loro ‘consigliori’.

* Grazie a Fausto Anderlini

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