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Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, è intervenuto per la prima volta pubblicamente dopo la sua liberazione, avvenuta lo scorso giugno, davanti alla commissione affari giuridici e i diritti umani dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa.
Il giornalista ha esordito con una frase carica di significato: “Ho scelto la libertà sull’impossibilità di ottenere giustizia. Voglio essere totalmente chiaro. Non sono libero oggi perché il sistema ha funzionato. Sono libero oggi perché dopo anni di carcere mi sono dichiarato colpevole di giornalismo”.
Proprio per questo vogliamo ricordare uno dei maggiori scandali smascherati dal lavoro di Assange: nel 2010 le rivelazioni di Wikileaks portarono alla ribalta informazioni riservate dell’esercito Usa relative al conflitto in Afghanistan. Andiamo a rileggerle.
Assange e il memoriale afghano
Il periodo preso in esame va dal gennaio 2004 al dicembre 2009, attraversando sia l’amministrazione Bush che quella Obama, e comprende un totale di 92 mila rapporti del Pentagono.
Da questi documenti emerge un quadro devastante della realtà sul campo in Afghanistan: le forze armate hanno ucciso centinaia di civili durante scontri che non sono mai stati resi pubblici, mentre gli attacchi dei talebani hanno rafforzato la Nato e alimentato la guerriglia nei vicini Pakistan e Iran.
Wikileaks, senza smentite, ha rivelato che un documento dell’ambasciata americana a Kabul riporta un episodio in cui Ahmad Zia Massoud, vicepresidente dell’Afghanistan, fu trovato in possesso di 52 milioni di dollari in contanti, che gli furono permessi di tenere senza doverne spiegare l’origine o la destinazione.
I documenti mostrano anche che il Pakistan, pur essendo formalmente alleato degli Stati Uniti, ha consentito a funzionari dei propri servizi segreti di incontrare i leader talebani in segrete riunioni per coordinare gruppi militanti contro i soldati americani e pianificare complotti per eliminare capi afghani.
Amnesty International ha svolto un’approfondita indagine su 10 operazioni militari statunitensi tra il 2009 e il 2013, durante le quali più di 140 civili afghani, inclusi donne incinte e almeno 50 bambini, persero la vita.
L’organizzazione per i diritti umani ha intervistato 125 testimoni, feriti e familiari delle vittime. Nonostante la gravità dei fatti, nessuno dei 10 casi è stato sottoposto a indagine dalla giustizia militare statunitense, neppure quelli con prove evidenti di crimini di guerra.
Il sistema giudiziario militare si basa prevalentemente sulle testimonianze dei soldati statunitensi coinvolti nelle operazioni.
Secondo studi condotti dalla Brown University, le vittime civili in Afghanistan sarebbero almeno 35 mila. Di queste, quasi 5 mila sarebbero morte nei bombardamenti statunitensi solo durante il primo anno di guerra.
Nel 2020, un’indagine condotta dal giudice militare Paul Brereton ha rivelato che tra il 2005 e il 2016 le truppe australiane del SAS (Australian Special Air Service Regiment) si sono rese responsabili di 39 uccisioni ingiustificate di civili afghani, spesso non legate a situazioni di combattimento. Sono stati segnalati anche casi di minorenni sgozzati.
Nel dicembre 2001, almeno la metà dei 7.500 prigionieri talebani sopravvissuti alla rivolta nel carcere di Qala-i Jangi morì asfissiata all’interno di camion portacontainer, mentre venivano trasferiti sotto il sole cocente al carcere di Sheberghan. I corpi furono sepolti in fosse comuni nel deserto di Dasht-e Leili.
A partire dal 2002, la CIA ha autorizzato l’uso della tortura sui prigionieri. Tecniche come il waterboarding, percosse, prigionieri incatenati e lasciati in piedi per ore, celle fredde in cui i detenuti venivano bagnati con acqua ghiacciata, seguite da celle a temperature elevate e l’uso di musica heavy metal a volume altissimo per giorni, sono state impiegate fino a quando le vittime non acconsentivano a fornire informazioni, spesso inventate, o a firmare confessioni preparate dai torturatori. Queste pratiche sono state utilizzate anche in una prigione segreta a Kabul.
Nel 2004, Human Rights Watch pubblicò un rapporto intitolato “Enduring Freedom – Abusi delle forze statunitensi in Afghanistan”, denunciando le violenze perpetrate.
L’anno successivo, l’American Civil Liberties Union rese pubblici documenti ottenuti dall’esercito statunitense che dimostravano la distruzione di fotografie che documentavano gli abusi sui prigionieri, avvenuta dopo lo scandalo di Abū Ghurayb.
Il 4 marzo 2007, nel distretto di Shinwar, nella provincia afghana di Nangrahar, Marines statunitensi uccisero almeno 12 civili e ne ferirono 33, sparando a caso contro i passanti lungo un tratto di strada di circa 16 chilometri.
Nel luglio del 2000, i Talebani vietarono la coltivazione di oppio nelle aree sotto il loro controllo, riducendo il raccolto del 94% l’anno successivo, nonostante la coltivazione illegale continuasse.
Tuttavia, dopo l’invasione statunitense dell’Afghanistan nel 2001, la produzione di oppio riprese a crescere, e nel 2005 il paese era tornato a essere il primo produttore mondiale, fornendo il 90% dell’oppio globale. Di fatto, molti produttori e trafficanti di oppio operarono dall’interno della coalizione di occupazione statunitense.
L’ex presidente afghano Hamid Karzai, considerato una figura fantoccio, aiutò trafficanti di droga a sfuggire alla giustizia, graziò cinque poliziotti coinvolti nel traffico di stupefacenti e permise l’arresto di un sindaco che denunciava la corruzione, come riportato in un documento ufficiale dell’ambasciatore americano a Kabul nell’agosto 2009.
A dicembre 2009, erano presenti in Afghanistan circa 104 mila mercenari o milizie private, impiegati principalmente dal governo degli Stati Uniti. In seguito, il numero di questi combattenti raggiunse i 160 mila, superando di gran lunga le forze militari regolari nel paese.
Non esiste una stima ufficiale delle perdite complessive tra talebani e altri gruppi antiamericani, ma si parla di circa 50 mila morti. In totale, si stima che le vittime afghane dall’inizio della guerra siano almeno 170 mila.

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