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In Toscana ha vinto Giani, simbolo di un sistema chiuso e autoreferenziale, dove il voto è ormai solo clientelare. Destra e sinistra si confondono nel consociativismo d’interessi. I Cinque Stelle restano esclusi, incapaci di offrire servigi al mercato politico dominante.
La democrazia da condominio: maledetti toscani
– Fausto Anderlini*
Vobis quoque. Anche voi, come tutti, come ovunque, a tutti i livelli. Vince Giani, come da previsione. Un tipo da corredo che, in un passato non troppo remoto, al massimo sarebbe stato messo a presiedere una polisportiva o una pro loco.
Come sempre, la maggioranza di una minoranza di votanti — ormai così esigua che quasi tutti si conoscono per nome — decide il destino della regione. Un’elezione che somiglia più a un’assemblea di condominio che a un esercizio democratico.
La regola vigente è chiara: il potere in carica, per caso o per consuetudine, viene puntualmente riconfermato, a meno che non sia stato così sprovveduto da scontentare i propri clientes, che sono al contempo anche i suoi padroni.
È la legge ferrea dell’equilibrio spartitorio, che un tempo riguardava partiti rappresentativi di quasi tutti e che veniva sdegnosamente vituperata come “consociativismo”. Oggi riguarda invece un ben definito raggruppamento di interessi.
Quelli forti — confindustriali e affini, con l’immancabile corte di appaltatori, dall’edilizia alla sanità — e quelli prevalenti, ossia tutto il comparto ricettivo e il suo indotto: alberghiero, turistico, balneare, enogastronomico, culturale.
Senza dimenticare le istituzioni culturali, momenti chiave dell’esposizione internazionale dei territori. Poi ci sono i “deboli percolati”, ossia coloro che sopravvivono grazie a ciò che residua nella spesa pubblica: volontariato, associazionismo, cooperative di varia natura.
Destra o sinistra non fa differenza: sempre quelli sono. Si può cambiare il cavallo, ma non il cavaliere. Il percorso non cambia. Un candidato che rinunciasse a tessere rapporti con questi mondi socio-economici, accogliendone le istanze, è per definizione fuori dal gioco.
Inutile cercare una spinta alternativa nei mondi esclusi: troppo smagati, sdegnati, reticenti, indifferenti. Chi si ingaggia nella “politica” non vuole certo fare rivoluzioni, redimere torti o suscitare speranze. Ambisce solo agli incarichi e a ciò che ne deriva.
La vecchia trilogia del voto — d’appartenenza, d’opinione, di clientela — si è dissolta in un unico tipo: il voto di clientela. Ma non la nobile clientela del passato, quella dei poveracci che per necessità si aggiogavano a un padrino, forma perversa ma totalizzante di politica. Oggi domina una clientela prosaica, forte ed esclusiva, ossimoricamente padronale. Un mercato dove è il compratore che fa il prezzo e il venditore, cioè il politico, si acconcia.
Il bene-voto, sottratto alla maggioranza, è appropriato da una minoranza privilegiata. Meloni, Schlein, Renzi o chi volete: non fa differenza. Franza o Spagna, purché se magna.
P.S. I Cinque Stelle non raccolgono un voto perché esclusi dal sistema clientelare e incapaci di garantire alcun servigio. Non sono “radicati” — nel nuovo senso del termine — e dunque dovrebbero restare fuori dal campo della politica amministrativa, dove rischiano di essere umiliati persino dai reggicoda di AVS. Altrove dovrebbero invece curare il proprio arsenale, per farne, all’occorrenza, l’uso più utile: quello che può nuocere.

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini
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